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LE CONDIZIONI DEI RICHIEDENTI ASILO NEL 2011

Pubblicato il 20 marzo 2012

 

Indice

Introduzione

 

1. Cenni metodologici

 

2. Brevi riferimenti al diritto d’asilo in Italia ed alle strutture di

    accoglienza e di detenzione prima del 2011

 

2.1. I CARA

2.1.1. I diritti dei richiedenti asilo all’interno dei CARA

2.2. Lo SPRAR

2.3. Le condizioni dei richiedenti asilo in Italia prima del 2011: un  

       primo bilancio

 

3. I flussi migratori nel 2011: nuove politiche, strategie ed

    alleanze

3.1. Il ruolo del Governo ed i primi arrivi di tunisini

3.2. I secondi arrivi: i profughi dalla Libia

3.3. Il (mancato) ruolo dello SPRAR

BOX: I mezzi di informazione

 

4. Le condizioni dei richiedenti asilo in Italia nel corso del 2011:

    due casi studio

 

4.1. La Campania

 

4.1.1. La provincia di Napoli

4.1.2. La provincia di Caserta

4.1.3. La provincia di Salerno

4.1.4. La provincia di Avellino

 

4.2. La Sicilia

 

4.2.1. La provincia di Catania

4.2.2. La provincia di Caltanissetta

4.2.3. La provincia di Trapani

4.2.4. La provincia di Agrigento

4.2.5. Le altre provincie siciliane

 

4.3. L’accoglienza in Italia nel 2011: cosa è accaduto e cosa sta

       accadendo.

 

5. Conclusioni: quali scenari per il futuro?

 

 

Introduzione

Se si osserva, anche in modo superficiale, la storia dell’uomo sicuramente uno degli elementi che ne caratterizza l’evoluzione è proprio il movimento, la migrazione. Ad oggi infatti le migrazioni, che nel frattempo hanno assunto nuove caratteristiche, descrivono ancora bene il mondo contemporaneo,  attraversato quotidianamente dagli spostamenti umani che sono amministrati e regolamentati con modalità differenti e sembra quasi che si proceda in due direzioni diametralmente opposte.

Da una parte si incentiva il collegamento diffuso e veloce. Basti pensare al grande proliferare di compagnie aree low cost, che permettono a sempre più persone di spostarsi da un paese all’altro, da un continente all’altro, velocemente e a costi più che ragionevoli. O ancora, al forte investimento nella costruzione di tratte ferroviarie ad alta velocità che attraversano e collegano moltissimi paesi tra loro.

Dall’altra parte invece si assiste ad una vera e propria fortificazione delle frontiere esterne ed interne di alcuni paesi. Specialmente negli ultimi anni la cementificazione delle frontiere interessa soprattutto i flussi migratori del Sud verso il Nord del mondo. Basti pensare ad esempio all’imponente muro, ad oggi ancora in costruzione, che corre lungo il confine tra gli Stati Uniti ed il Messico, per contrastare e fermare l’immigrazione dei cittadini sudamericani verso l’America del Nord.

Attualmente anche il Mar Mediterraneo rappresenta una delle tante frontiere invalicabili, soprattutto per coloro che provengono dall’Africa – ed in parte dall’Asia. Infatti nelle sue acque, a partire dalla fine degli Ottanta si è assistito ad una vera e propria carneficina con circa 20 mila persone morte[1]  nel tentativo di raggiungere le sponde meridionali dell’Europa.

L’Italia, proprio per la sua posizione geografica, ha un ruolo di primo piano nella gestione della mobilità della frontiera Sud della fortezza europea e negli ultimi anni tutte le forze politiche si sono adoperate a fortificare e a spostare sempre più in basso l’immaginario confine tra il Nord ed il Sud di questa parte di mondo. Simbolo di queste politiche migratorie è stato il cosiddetto trattato di amicizia tra il nostro paese e la Libia, siglato la prima volta nel 2008, sempre  rinnovato, anche quest’anno con il nuovo ed ancora provvisorio governo libico. La stessa politica è stata condotta anche con la Tunisia, altro paese di frontiera. Attraverso questi accordi è stato esercitato un pesante controllo del confine meridionale del Mediterraneo, “spostato” direttamente nei due paesi nordafricani, che sono stati dotati di vere e proprie prigioni nel deserto, dove vengono imprigionati tutti coloro che hanno provato a raggiungere l’Europa. A queste pratiche detentive si devono aggiungere quelle irregolari e disumane dei respingimenti direttamente in mare. 

Con l’avvento delle rivoluzioni in diversi paesi del Maghreb e con lo scoppio della guerra in Libia, i meccanismi di controllo di questa frontiera sono tutti saltati, poiché sono venuti meno i suddetti accordi e nel corso di quest’anno il Mar Mediterraneo è tornato ad essere nuovamente teatro di viaggi. In parte volontari, poiché diverse centinaia di giovani hanno lasciato la propria terra in cerca della libertà, in parte obbligati dalle condizioni interne ai paesi di provenienza.

Nonostante il mutato scenario, il Governo italiano ha continuano ad affrontare in modo restrittivo la mobilità delle persone attraverso la frontiera meridionale del vecchio continente. Non soltanto nel momento dell’ingresso nel nostro paese, ma anche nelle condizioni di soggiorno, attraverso la creazione di nuovi luoghi di accoglienza e di detenzione, distribuiti nelle diverse regioni italiane.

L’indagine che segue ha cercato di capire ed analizzare quale sia stato il percorso storico, politico e sociale che ha condotto ad una gestione sempre più repressiva del fenomeno migratorio verso e dentro l’Italia. 

1. Cenni metodologici

L’ indagine si è sviluppata attraverso diverse fasi. Nella prima è stata effettuata una ricerca desk.

  • Relativamente alle norme che regolamento il diritto d’asilo in Italia, comprensivo delle diverse strutture preposte per l’accoglienza, quali i CARA, i CDA e la rete dei servizi dello SPRAR. Con riferimento anche alla normativa nazionale, comunitaria ed internazionale.
  • Relativamente alle norme che disciplinano l’ingresso irregolare nel nostro paese, con un’attenzione particolare alle strutture preposte per la detenzione, quali i CIE.
  • Relativamente alla lettura preesistente sul tema, nazionale ed estera.

 

Nella seconda fase dell’indagine è stata effettuata una mappatura sulla distribuzione nel territorio italiano, dei diversi centri esistenti per l’accoglienza ed il trattenimento degli immigrati, prima del 2011 (presente in allegato).

Nella terza fase dell’indagine è stato effettuato un monitoraggio costante sia dei flussi migratori verso l’Italia, a partire dal gennaio 2011, sia rispetto alle nuove pratiche e politiche di accoglienza e di trattenimento messe in atto dal Governo e dai diversi attori sociali coinvolti, cominciando a delineare la nuova mappatura dei centri per immigrati presenti in Italia.

Nella quarta fase dell’indagine, si è passati ad analizzare i territori oggetto dei due casi studio, la Campania e la Sicilia. Prima di intraprendere l’indagine sul campo, sono state elaborate due distinte tracce di intervista.

  • Una traccia di intervista, semi-strutturata, indirizzata ai testimoni privilegiati presenti nei territori (amministratori e rappresentanti degli enti locali, sindacalisti, avvocati, rappresentanti dell’associazionismo – italiano e straniero, rappresentanti della Protezione Civile, rappresentanti delle cooperative ed enti, come la Caritas e la Croce Rossa, che gestiscono i centri ed i servizi al loro interno).
  • L’altra traccia di intervista è un questionario, a risposta multipla, indirizzato invece agli immigrati presenti all’interno dei CARA, dei CDA e delle cd “strutture ponte”, messe in atto per affrontare l’accoglienza dei nuovi arrivi.

 

Nella quinta fase si è dunque entrati nel vivo dell’indagine sul campo e sono state svolte le interviste nei due territori sopra indicati, la Campania e la Sicilia, tra il mese di agosto e di settembre.

Nella sesta, ed ultima fase dell’indagine, è avvenuta l’elaborazione dei dati raccolti, sia rispetto alla legislazione, la letteratura e le notizie raccolte dalla stampa già esistenti in merito, sia rispetto al materiale collezionato durante le indagini sul campo.

Prima di entrare però nel merito dell’indagine vera e propria, è importante sottolineare un aspetto che ha caratterizzato e caratterizza tutto il percorso di ricerca. Ovvero il fatto che l’oggetto di questa indagine, la gestione dell’accoglienza degli immigrati che stanno arrivando in Italia nel corso di quest’anno, è un fenomeno in continua evoluzione. Non solo per quanto riguarda la natura stessa dei flussi migratori, condizionati sia dagli eventi in corso nei paesi d’origine e di provenienza degli immigrati; ma anche, e soprattutto, per le disposizioni che il Governo italiano ha predisposto nel corso dell’anno, che mutano di continuo le procedure  e le condizioni di accoglienza. Questi cambiamenti hanno ripercussioni sia sugli immigrati che giungono in questi mesi in Italia e sia sui territori e la popolazione residente che si trova coinvolta, direttamente ed indirettamente, nelle pratiche d’accoglienza.

Non va inoltre dimenticato che il quadro normativo all’interno del quale sono regolamentate le pratiche d’accoglienza, è di per sé complesso ed articolato ed in continua evoluzione, anche perché la sua area di competenza coinvolge anche la legislazione estera. Infine, è importante ricordare che la quasi totalità delle informazioni e dei dati raccolti ed analizzati nel corso dell’indagine, proviene soprattutto da fonti di secondo livello.

Quindi, attraverso questa indagine, si è cercato di fornire una visione d’insieme rispetto a quanto sta accadendo in Italia relativamente all’accoglienza, sia di coloro che provengono dalla Tunisia, definiti aprioristicamente immigrati economici, sia di coloro che provengono dalla Libia e che arrivano in questo paese per presentare una richiesta di protezione internazionale. 

Il testo che segue effettua un percorso a ritroso. Prima fornendo una breve ricostruzione dell’iter legislativo del diritto d’asilo in Italia, prima dei recenti interventi normativi messi in atto dal Governo, cercando di districarsi nel complesso insieme di strutture che forniscono accoglienza ai richiedenti asilo, ed il cui ordinamento giuridico è spesso ambiguo e suscettibile di una forte discrezionalità.

La seconda tappa della riflessione riguarda invece le recenti modifiche apportate dal Governo nel corso del 2011, rispetto alla gestione dell’accoglienza. Anche in questo caso l’impianto giuridico-amministrativo di queste strutture, una volta dedicate all’accoglienza, una volta alla detenzione, risulta poco chiaro.

Infine, per meglio comprendere quali siano le nuove “linee guida” dell’accoglienza dei richiedenti asilo, è stata effettuata un’indagine sul campo in due regioni del Meridione, la Campania e la Sicilia.

La prima regione è stata scelta, sia per il fatto che secondo i criteri del nuovo piano di accoglienza[2] messo in atto dal Governo, è tra le regioni del Sud, quella che ne dovrà ospitare il maggior numero. Sia per le vicende dell’ormai ex centro per immigrati di Santa Maria Capua Vetere, situato nell’ex caserma Andolfato, uno dei simboli della nuova gestione dell’accoglienza. 

La seconda regione invece è stata scelta proprio per la sua posizione geografica, che allo stesso tempo funge da ponte e da muro tra l’Africa e l’Europa. Inoltre in questa regione erano già presenti numerose strutture dedicate all’accoglienza ed alla detenzione degli immigrati, a cui ne sono state aggiunte di nuove, di cui la più nota risulta essere il Villaggio della Solidarietà di Mineo, che nonostante la sua recente apertura ha già conquistato diversi primati in negativo, per le terribili condizioni di vita a cui sono costretti gli immigrati al suo interno.

2. Brevi riferimenti al diritto d’asilo in Italia ed alle strutture di

    accoglienza e di detenzione prima del 2011

In Italia il diritto d’asilo è prima di tutto riconducibile all’articolo 10 comma 3 della Costituzione italiana, che sancisce che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Ad oggi nel nostro paese non esiste ancora una legge nazionale organica sul diritto d’asilo[3], ed il riconoscimento dello status di rifugiato si basa sull’applicazione della Convezione di Ginevra del 1951 e sul successivo Protocollo del 1967, che l’Italia ha ratificato rispettivamente nel 1954 e nel 1972. Difatti, proprio in questa Convezione ed con il successivo Protocollo, viene data per la prima volta una definizione generale ed internazionale di rifugiato. 

Nel corso degli anni, e soprattutto con l’evolversi ed il complicarsi delle condizioni e dei requisiti dei rifugiati, il nostro paese è andato disegnando e delineando la sua posizione rispetto al diritto d’asilo ed al suo esercizio.

In particolare va specificato che la storia normativa del diritto d’asilo in Italia, è andata di pari passo con l’iter normativo relativo all’immigrazione nel suo insieme.

Il primo strumento giuridico messo in atto è stata la Legge Martelli del 1990[4], che all’articolo 1 sancisce il riconoscimento dello status di rifugiato in base alla suddetta Convezione di Ginevra[5].

Nello stesso anno, l’Unione Europea stipula la Convezione di Dublino con la quale viene determinato lo stato competente per fare domanda d’asilo all’interno di uno degli stati membri dell’Unione Europea. Questa è entrata in vigore nel 1997 ed ha introdotto, tra i paesi membri, una disciplina uniforme sulle competenze ad esaminare le domande d’asilo delle persone provenienti da paesi terzi, che fanno richiesta d’ingresso in uno degli stati appartenenti all’Unione Europea. Obiettivi principali sono, quello di ridurre il numero di domande di asilo multiple[6] ed il fenomeno dei cd rifugiati in orbita[7].

Nel 1998 la Legge Martelli è stata sostituita dalla Legge Turco-Napolitano[8], che costituirà il Testo Unico in materia di immigrazione e non ha apportato modifiche in materia di diritto d’asilo. 

Nel 2002 però, parte del suddetto Testo Unico è stato modificato dalla Legge Bossi-Fini[9], che invece ha apportato notevoli modifiche non solo in materia di diritto d’asilo, ma più in generale su i meccanismi di ingresso e di permanenza di tutti gli immigrati nel nostro paese. In particolare le modifiche in materia di diritto d’asilo sono contenute negli articoli 31 e 32 della Legge 189/2002 e nel 2004 è stato emanato il Regolamento di attuazione che è entrato in vigore nel 2005. La normativa ha introdotto importanti novità in materia di asilo, qui di seguito elenchiamo le più significative:

  1. La Commissione Centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato, è stata sostituita dalla Commissione Nazionale per il diritto d’asilo, col compito di indirizzare e coordinare le neo-istituite Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato, create allo scopo di ridurre gli attuali tempi di attesa dei richiedenti asilo.
  2. Sono state istituite sette Commissioni Territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato (Gorizia, Milano, Roma, Foggia, Siracusa, Crotone, Trapani)[10].
  3. Sono stati istituti dei centri, denominati inizialmente Centri di identificazione (CID) e attualmente nominati CARA (Centri di accoglienza per i richiedenti asilo), all’interno dei quali viene coattivamente trattenuta la quasi totalità dei richiedenti asilo in attesa dell’esito dell’esame della domanda;
  4. È stato previsto il riesame dell’eventuale decisione negativa di prima istanza da parte delle Commissioni Territoriali.
  5. È stata introdotta la protezione umanitaria, per coloro che non rientrano nella definizione di rifugiato in base alla Convezione di Ginevra del 1951. 

Sempre attraverso la legge 189/2002, sono state istituzionalizzate e formalizzate le misure e le procedure di accoglienza, prevedendo l’istituzione del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR)[11].

Quindi lo SPRAR, che ha rappresentato il primo sistema pubblico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, diffuso su tutto il territorio italiano, insieme ai CPSA (Centri di primo soccorso e accoglienza)[12], ai CDA (Centri di accoglienza)[13] ed ai CARA (Centri di accoglienza per i richiedenti asilo)[14], costituiscono l’insieme delle strutture, istituite dal Governo, per la prima e la seconda accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Italia. 

Inoltre, nel 2003 la già menzionata Convezione di Dublino, è stata sostituita dal Regolamento CE 343/2003, la Convezione di Dublino II,  con la quale è stato sancito il principio per cui lo stato membro responsabile dell’esame dell’istanza, è quello un cui è avvenuto l’ingresso, regolare o meno, del richiedente asilo. A tal proposito in Italia, così come negli altri paesi membri che avevano ratificato la convenzione, è stata individuata un’Autorità amministrativa responsabile dell’attuazione della suddetta convenzione ed in Italia, presso il Ministero dell’Interno, è stata istituita l’Unità Dublino.    

Di pari passo all’iter giuridico-amministrativo che l’Italia ha intrapreso relativamente al diritto d’asilo, è avvenuta anche l’istituzione di altri centri di detenzione, dedicati però a coloro che sono sprovvisti di un regolare titolo di soggiorno e a coloro che entrano in modo irregolare in Italia, ma non possono fare domanda d’asilo. Questi centri sono stati istituti nel 1998 con la legge Turco-Napolitano[15], con il nome di Centri di permanenza temporanea (CPT). Successivamente modificati dalla Bossi-Fini, che ha provveduto ad un ulteriore inasprimento della loro regolamentazione. Oggi queste strutture sono denominate Centri di identificazione ed espulsione (CIE), in base al decreto legge 92/2008,  Misure urgenti in materia di pubblica sicurezza. L’istituzione di questi centri è nata più che altro sull’onda di una percepita emergenza di immigrati irregolari ed infatti in molti casi sono stati riconvertiti edifici abbandonati, che ad esempio prima erano caserme (come è accaduto a Bologna o a Gradisca d’Isonzo), o fabbriche dismesse (è stato il caso dell’ex centro ad Agrigento, attualmente chiuso), ospizi (come il Serraino Vulpitta a Trapani), ecc. Queste strutture sono gestite in parte dalla Croce Rossa, in parte dalla Confraternita delle Misericordie d’Italia, alcuni da cooperative.

Quando questi centri sono stati istituiti, con la legge Turco-Napolitano, come tempi massimi di detenzione sono stati previsti 30 giorni. Con l’entrata in vigore della legge Bossi-Fini, ci fu un raddoppiamento ed i giorni di reclusione sono arrivati a 60. Attraverso il cosiddetto pacchetto sicurezza del 2009[16], la detenzione di un immigrato sprovvisto di permesso di soggiorno, è arrivata a 6 mesi[17]. Infatti, in caso di mancata cooperazione al rimpatrio da parte del paese terzo interessato, o in caso di ritardi per reperire la documentazione necessaria, il procuratore può chiedere una proroga di 60 giorni, a cui può farne seguito una seconda. Questo iter legislativo si è concluso a giugno, con il decreto legge 89/2011, attraverso il quale i tempi di reclusione nei CIE sono stati ulteriormente allungati, portandoli fino a 18 mesi. Infine nell’agosto di quest’anno è avvenuto anche il recepimento della direttiva comunitaria 2008/115/CE[18], relativa al rimpatrio dei cittadini non comunitari irregolari.

2.1. I CARA

I CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo), un’evoluzione dei precedenti CID, sono strutture dedicate alla seconda accoglienza ed istituite con il Dlgs 25/2008[19], con la finalità di accogliere i richiedenti protezione internazionale nei casi espressamente previsti dall’articolo 20 del decreto citato, ovvero: a) quando è necessario verificare o determinare la nazionalità o l’identità della persona; b) quando il richiedente ha presentato la domanda dopo essere stato fermato per aver eluso o tentato di eludere il controllo di frontiera o subito dopo; c) quando il richiedente ha presentato la domanda dopo essere stato fermato in condizioni di soggiorno irregolare.

Nel primo caso il richiedente può essere trattenuto nel centro per un periodo strettamente necessario agli adempimenti, che però non deve essere superiore ai 20 giorni. Negli altri due casi il richiedente può restare nel centro il tempo strettamente necessario all’esame della domanda da parte delle Commissioni Territoriali, ma il tempo di soggiorno non può superare i 35 giorni.

Allo scadere dei termini previsti per l’accoglienza – 20 o 35 giorni – qualora la richiesta di asilo non sia ancora stata esaminata, il richiedente dovrà lasciare il centro e gli verrà consegnato un permesso di soggiorno di tre mesi rinnovabile fino alla decisione della Commissione in merito al suo status, rinnovabile fino a quel momento, ma non per motivi di lavoro.

Se dopo 6 mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale, non è ancora stata presa una decisione in merito al proprio caso,  il richiedente asilo avrà diritto a ricevere un permesso di soggiorno che avrà validità di 6 mesi e che li permetterà di lavorare regolarmente fino a che la decisione non sarà resa nota dalla Commissione territoriale.

Viene inoltre ricordato che i CARA, così come gli altri centri per gli immigrati, sono finanziati completamente dal Governo italiano.

2.1.1. I diritti dei richiedenti asilo all’interno dei CARA

I richiedenti asilo, una volta che si trovano dentro il centro d’accoglienza, godono di determinati diritti e servizi previsti dalla legge. Il diritto all’assistenza sanitaria ed alle cure di emergenza; il diritto di poter alloggiare separati uomini e donne, o di poter stare con i propri familiari; il diritto di poter indicare agli operatori del centro le proprie esigenze e preferenze alimentari, ad esempio per motivi legati alla religione; il diritto di poter ricevere visite da parte dei rappresentanti del Acnur[20], di avvocati, di organi di tutela dei rifugiati, dei propri familiari o di cittadini che abbiano avuto un’autorizzazione del Prefetto, previa richiesta.

L’ospite del centro ha anche diritto a ricevere un’adeguata assistenza psichiatrica, soprattutto se si trova in particolari condizioni psico-fisiche, come ad esempio donne incinte, persone affette da malattie, persone anziane, oppure nel caso in cui la persona abbia subito violenze psico-fisiche, sia stato vittima di tortura o di violenza sessuale. Comunque, chi entra in Italia in modo irregolare, sia via terra o via mare, quasi sempre si trova in un totale stato di schock e di debolezza psico-fisica, ed ha una volta arrivato ha necessariamente bisogno di un centro di ascolto e di un monitoraggio costante.

Tutte le comunicazioni devono avvenire nella lingua madre del richiedente asilo, se ciò non fosse possibile, avvengono in lingua francese, inglese, spagnola o araba, in base alle preferenze indicate.

Questi centri sono strutture aperte, dai quali si può entrare ed uscire nelle ore diurne, generalmente dalle 8 alle 20. Il richiedente ha anche la possibilità di richiedere un permesso di uscita per un periodo di tempo più lungo, facendone richiesta al Prefetto, in caso di gravi problemi personali, di famiglia o di salute, o per motivi che riguardano la domanda di protezione internazionale.     

Per quanto riguarda invece il percorso di istituzione di un CARA, il Prefetto della provincia interessata deve indire una gara pubblica, tramite un bando volto a concedere la gestione del centro di accoglienza[21]. La gestione può essere affidata attraverso apposite convezioni ad enti locali, pubblici e privati, che operino nel settore dell’assistenza ai richiedenti asilo o agli immigrati.

In particolare un centro per l’accoglienza di richiedenti asilo deve soddisfare i seguenti requisiti. Il direttore del centro deve essere in possesso di un titolo di studio, laurea o diploma di laurea; il personale deve essere proporzionato al numero degli ospiti e deve essere fornito di capacità adeguate alle esigenze dei richiedenti asilo; deve essere garantito un servizio di vigilanza, anche durante l’orario notturno e festivo; deve essere presente un servizio di mediazione linguistico-culturale, per almeno 4 ore giornaliere ed un servizio di informazione legale in materia di riconoscimento dello status di rifugiato.

2.2. Lo SPRAR

Il sistema dello SPRAR si è costituito ed è nato in seguito alle prime esperienze d’accoglienza in diversi comuni italiani, dei rifugiati che fuggivano dai Balcani in guerra, alla fine degli anni Novanta. Questo spontaneo ed autonomo sistema d’accoglienza, sin da subito si è basato su una stretta collaborazione tra le organizzazioni del terzo settore e gli enti locali, che a partire da quegli anni hanno assunto un ruolo sempre più di primo piano nella gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo. Sulla spinta dell’efficacia di questo modello di ospitalità ed integrazione nel territorio, nel 2001 è stato siglato un protocollo di intesa tra il Ministero dell’Interno, l’Anci e l’Acnur, per la realizzazione del Programma Nazionale Asilo (PNA).

In seguito, con la già citata legge 189/2002, questo modello di accoglienza integrata[22] è stata istituzionalizzata attraverso la nascita dello SPRAR.

Gli enti responsabili sono le amministrazioni locali, mentre gli enti attuatori sono le organizzazioni del terzo settore, insieme ad altri attori sociali presenti nel territorio, quali le scuole, le Asl, i centri per l’impiego, le associazioni di volontariato, ecc.

Come dimostra l’ultimo rapporto annuale dello SPRAR, relativo al periodo 2009-2010, si può osservare come la rete di servizi dedicati all’accoglienza sia andata sempre più crescendo, sia rispetto al numero dei comuni coinvolti, sia rispetto alla maggiore diffusione di questi progetti su tutto il territorio italiano e sia rispetto all’aumento in ogni regione dei numeri di posti disponibili[23]

2.3. Le condizioni dei richiedenti asilo in Italia prima del 2011: un

       primo bilancio

 

Quanto esposto fin’ora, descrive un quadro normativo che con difficoltà trova riscontro nella realtà.

L’Italia sono più di dieci anni che si è adoperata per accogliere e sostenere richiedenti asilo nel proprio territorio, quindi è possibile ipotizzare un primo bilancio, supportati tra l’altro dai numerosi reports annuali condotti dagli organismi internazionali che si occupano di richiedenti asilo e dalle indagini già presenti in letteratura[24].

Nell’osservare il sistema di accoglienza per i richiedenti asilo in Italia, e come si è articolato sino ad oggi, emergono delle forti criticità e delle significative mancanze, che indeboliscono tutta la rete di accoglienza e che ne suggeriscono un potenziamento. Qui di seguito sono stati indicati i nodi fondamentali:

  • I tempi per esaminare le richieste di protezione internazionale sono troppo lunghi, l’ufficio competente infatti non riesce ad esaminare tutte le richieste nei tempi previsti dalla legge, e questo ha spinto molti richiedenti asilo a lasciare l’Italia, anche tra coloro che avevano già fatto richiesta di protezione internazionale, come è stato osservato in diverse indagini sull’argomento[25].
  • Non esiste effettivamente un reale e concreto accesso, da parte dei rifugiati, ad un alloggio ed all’assistenza in generale, nella fase iniziale della procedura per la richiesta d’asilo. In modo particolare, come è stato riportato da diverse fonti, nel periodo compreso tra il primo contatto con le autorità italiane e la registrazione formale della richiesta d’asilo, il rifugiato non ha la possibilità di accedere a nessun servizio (abitazione, assistenza socio-sanitaria, ecc.). Con periodi che possono variare da qualche settimana a qualche mese.   
  • Anche nella fase successiva, una volta registrata la domanda di protezione internazionale, non sempre al richiedente asilo viene garantito un alloggio, nonostante sia previsto dalla legge italiana. Questo accade perché i posti a disposizione non sono sufficienti, difatti al 2010, nei progetti territoriali dello SPRAR i posti disponibili sono stati 3.146, a fronte di una richiesta di alloggio e d’inserimento decisamente superiore[26]. La stessa insufficienza di posti si registra all’interno dei CARA, che possono ospitare 3.500 persone circa[27].
  • Una volta ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato (la protezione sussidiaria o l’asilo), queste persone dovrebbero essere in grado di mantenersi autonomamente, ma molto spesso questo non è possibile, visti gli esigui aiuti che ricevono dalle istituzioni, sia rispetto alla possibilità di avere un alloggio, che all’ottenimento di un lavoro. Infatti non sono previsti supporti finanziari e queste persone molto spesso possono contare solo sull’aiuto e le competenze delle onlus e delle associazioni di volontariato.
  • Si è riscontrata anche una grande mancanza di comunicazione ed informazione sia rispetto all’accesso all’assistenza socio-sanitaria, durante e dopo la procedura di riconoscimento dell’asilo, sia rispetto alla possibilità- prevista per legge – di ricevere corsi di lingua italiana e corsi di orientamento e formazione al lavoro. Risulta infatti che nella realtà tutti questi servizi sono demandati esclusivamente all’iniziativa degli attori territoriali, dagli enti locali alle onlus ed al mondo del volontariato, creando quindi forti discrepanze, tra le diverse regioni, nel trattamento dei richiedenti asilo.   
  • Accanto a queste carenze specifiche del sistema di accoglienza per richiedenti asilo, vanno sovrapposte le difficoltà e le debolezze strutturali già presenti nei territori che li ospitano. Ad esempio, nei territori che presentano significativi tassi di disoccupazione ed il lavoro nero coinvolge ampie porzioni del mercato locale, sarà molto difficile per un richiedente asilo trovare un’occupazione ed inserirsi nel territorio in questione, anche una volta ottenuto il permesso di soggiorno.

 

3. I flussi migratori nel 2011: nuove politiche, strategie ed

    alleanze

3.1. Il ruolo del Governo ed i primi arrivi di tunisini

Il Governo italiano, sin dall’inizio, ha dato una lettura emergenziale rispetto all’arrivo di profughi provenienti dalle sponde meridionali del Mediterraneo, paventando un’invasione di immigrati e generando un clima di terrore, con il costante sostegno di diversi mezzi di comunicazione. Inoltre ha anche cercato consensi negli altri paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, in virtù del loro ruolo di paesi di frontiere e protettori della fortezza europea. Unitamente alla richiesta di un sostegno all’Unione Europea, rispetto alla possibilità di distribuire i “nuovi arrivati” anche in altri paesi comunitari, con riferimento unico e specifico ai tunisini.

Soprattutto nel corso dei primi mesi dell’anno, si sono susseguite diverse dichiarazioni, provvedimenti, ordinanze, ed accordi, in virtù dello stato di emergenza umanitaria dichiarato dal Governo. Senza dimenticare che l’Italia, allo stesso tempo, in quei mesi ha autorizzato e partecipato all’attacco militare internazionale della Libia.

Rispetto alla dichiarazione dello stato di emergenza umanitaria è importante ricordare che il Governo italiano ha dichiarato lo stato d’emergenza, relativamente all’arrivo di immigrati per la prima volta nel 2002 e a partire da quel momento, ogni anno tale condizione è stata prorogata. L’unico elemento realmente nuovo introdotto quest’anno, è stato il fatto di affidare la gestione dell’accoglienza e della distribuzione degli immigrati nel territorio, alla Protezione Civile.

Quindi il 12 febbraio 2011 il Governo Italiano ha dichiarato lo stato di emergenza umanitaria sul territorio nazionale, fino al 31 dicembre 2011, per l’incredibile flusso di immigrati provenienti dal Nord Africa. Conseguenza delle rivoluzioni in corso in molti paesi del Maghreb e della guerra intestina, che di lì a qualche giorno sarebbe scoppiata in Libia, a cui ha fatto seguito un intervento militare guidato da una coalizione internazionale.

A questa dichiarazione dello stato di emergenza si sono susseguite diverse decisioni ed interventi amministrativi che hanno modificato e stanno modificando non solo le modalità di accoglienza dei richiedenti asilo, ma anche le pratiche di detenzione ed espulsione degli immigrati che arrivano irregolarmente in Italia.

Prima di tutto è stata emanata un’ordinanza a febbraio[28], con la quale sono state impartite le disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare l’emergenza umanitaria derivante dell’ingente flusso di immigrati. Sia allestendo materialmente l’accoglienza sia attivando politiche di gestione e di contrasto all’arrivo di immigrati provenienti dal Nord Africa. In questa ordinanza[29] è stato evidenziato che per l’accoglienza degli immigrati devono essere potenziate le strutture esistenti, includendo anche l’acquisizione, pure attraverso un contratto di locazione, di “nuove” strutture da destinare al superamento dell’emergenza umanitaria.

Come prima cosa, nell’analizzare come si è articolata l’accoglienza degli immigrati in Italia nel corso del 2011, si è potuto osservare come il Ministero dell’Interno sin da subito abbia posto un fondamentale distinguo tra coloro che sono sbarcati sulle coste italiane. Difatti sono stati individuati due gruppi di immigrati: i cittadini dei paesi nordafricani, che per la quasi totalità provengono dalla Tunisia ed i cittadini dei paesi sub sahariani e del Corno d’Africa, che provengono in prevalenza dalla Libia. Senza dimenticare i numerosi bengalesi, cinesi ed egiziani, che si trovavano nel paese nordafricano quando è scoppiata la guerra. 

Per i primi il Governo ha operato in una sola direzione, ovvero considerandoli tutti immigrati economici entrati irregolarmente e di conseguenza, dopo una prima identificazione, dovevano essere trasferiti nei centri di detenzione, per poi essere rimpatriati nel loro paese d’origine. Non è stata concessa loro la possibilità di fare richiesta d’asilo, perché implicitamente è stato dichiarato a priori che non avevano i requisiti necessari per domandare la protezione internazionale. All’altro gruppo di immigrati invece è stata data la possibilità di fare richiesta di protezione internazionale e di accedere quindi al sistema di accoglienza, costituito dai CARA, proprio perché in fuga da paesi dove sono in corso delle guerre, dalla Libia alla Somalia. Quindi, seguendo questo ragionamento è stata gestita l’accoglienza, di concerto tra il Governo, la Protezione Civile, le Regioni. 

A gennaio, i primi sbarchi di tunisini sono stati molto contenuti, difatti sono giunti a piccoli gruppi, sbarcando in diverse parti della Sicilia, Lampedusa, Pantelleria e la costa di Trapani, quindi gli immigrati al principio sono stati distribuiti in luoghi differenti, non gravitando su un solo territorio. Inoltre, come è stato riportato da diversi giornali e siti internet, coloro che sono sbarcati a Lampedusa, non sono stati portati nel centro di prima accoglienza presente sull’isola, il CPSA di Contrada Imbriacola, ma in altre strutture, alcune delle quali assai peculiari, come il Macondo Hotel, un albergo quattro stelle, in Contrada San Fratello[30]. I motivi di queste scelte non sono comprensibili, visto che il centro al momento del loro arrivo era in funzione e praticamente vuoto.

Nel mese successivo gli sbarchi dalla Tunisia si sono intensificati ed il  territorio che ha registrato una maggiore presenza di arrivi, è stata l’isola più grande delle Pelagie, Lampedusa, dove da sempre, avviene la maggior parte degli sbarchi di immigrati. Quest’anno però è sembrato che l’isola fosse del tutto impreparata ad accogliere gli immigrati, tant’è che sin da subito le condizioni dei nuovi arrivati sono stati disperate. Sia per coloro che, arrivati tra i primi, sono stati alloggiati nel CPSA di Contrada Imbriacola, che dal principio ha dovuto ospitare molte più persone rispetto a quelle previste dal centro, che prevede circa 850 posti. Sia coloro che sono stati abbandonati all’addiaccio, nel porto dell’isola per giorni interi, visto che la struttura era piena, ricevendo un’assistenza minima, che ha consistito in qualche coperta e del cibo scarso[31].

Alla fine di febbraio si sono registrati circa 4.000 arrivi di tunisini, di cui più della metà sono stati abbandonati sull’isola, creando una situazione di totale disagio e disumanità. Mentre l’altra metà è stata trasferita in altre strutture, come il CARA di Bari e quello di Crotone, due dei centri per richiedenti asilo più grandi ed affollati d’Italia. Quindi, quello che è stato percepito da tutti – dagli immigrati e dagli abitanti dell’isola per primi, e a seguire dal paese intero, che ha potuto seguire tutta la vicenda attraverso la televisione, i giornali, ed internet – è che l’Italia si è trovata al centro di una vera e propria emergenza umanitaria, dovuta al significativo arrivo di immigrati provenienti dalle coste africane, in seguito alle rivoluzioni ed alla guerra nei paesi in cui vivevano.

Questo allarmismo generalizzato, non ha però fatto cogliere la vera questione, ovvero che l’emergenza ed il sovraffollamento di immigrati, dentro e fuori il centro dell’isola, sono stati il risultato di una gestione inefficiente dell’accoglienza, come ha denunciato lo stesso Acnur e non il prodotto di un’invasione di massa. Infatti queste persone, invece di essere immediatamente portate in altre strutture, dopo una prima identificazione, sono state trattenute oltre i termini previsti dalla legge, nel CPSA dell’isola. Di conseguenza, coloro che sono giunti con gli sbarchi successivi, hanno dovuto aspettare che avvenisse il riconoscimento dei primi ed in questo modo è nato il caos politico ed il caso mediatico, nei media nostrani e stranieri.

Soltanto a fine marzo – nonostante l’oramai evidente gravità della gestione dell’accoglienza e l’annuncio, all’inizio di febbraio, dello stato di emergenza umanitaria – si è concretizzato l’intervento del Governo, preceduto dall’arrivo sull’isola del Primo Ministro, giunto a Lampedusa per rassicurare gli abitanti e ripristinare l’ordine. In quella sede è stato annunciato che nel giro di 60 ore massimo l’isola sarebbe stata sgomberata dall’invasione dal Nord Africa, attraverso il trasferimento dei tunisini in strutture di altre regioni. Lampedusa sarebbe diventata zona franca, con una moratoria fiscale, previdenziale e bancaria. Inoltre, per rilanciarne il turismo, messo a dura prova dalle immagini degli immigrati abbandonati sull’isola e della popolazione inferocita, che avevano fatto il giro del mondo, il Presidente del Consiglio ha elencato diverse possibilità di investimenti, dichiarando inoltre che lui stesso aveva da poco acquistato una villa sull’isola. Dopo questo perentorio e spettacolare intervento del Primo Ministro, in 48-60 ore sono arrivate delle navi che hanno sgomberato tutto il territorio dell’isola dalle presenze indesiderate. 

La quasi totalità dei tunisini, poiché ritenuti irregolarmente presenti nel territorio italiano, in attesa di essere espulsi, sono stati trasportati all’interno di nuove strutture allestite proprio per rispondere all’emergenza, che nella maggior parte dei casi si sono rivelate precarie e male attrezzate, delle tendopoli in mezzo al nulla, dalle quali è risultato molto facile scappare. Difatti, in diverse parte d’Italia, soprattutto nei mesi di marzo ed aprile, si è verificato un fenomeno in parte nuovo, ovvero grandi e vistose fughe di masse degli immigrati da queste strutture. Non che negli anni passati non si fossero mai verificati episodi del genere, ma si è trattato sempre di fughe di piccoli gruppi di persone e sempre organizzate per tempo. Mentre quest’anno scappare dai centri di detenzione è sembrato quasi un gioco, visto che queste strutture sono state delimitate da reti e muri non troppo alti, facili da scavalcare e con scarsi livelli di sorveglianza. Tutto questo è stato documentato dai numerosi giornalisti che si sono recati davanti a questi centri nei primissimi giorni della loro apertura. Inoltre in molti hanno sottolineato la facilità con cui è stato possibile tentare la fuga, data la totale assenza di controlli.

Molte di queste persone in fuga sono riuscite a disperdersi nel paese, caso mai ricongiungendosi ad amici e parenti già presenti in Italia. Altri ancora invece sono stati fermati nelle stazioni e sui treni e riportati nelle strutture detentive.

Nel frattempo il Governo italiano ha operato in diverse direzioni. Sempre nel mese di febbraio, il ministro dell’Interno italiano, insieme ai ministri degli Interni degli altri paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo (Francia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro), hanno redatto un comunicato congiunto[32], per sollecitare l’Unione Europea a porre al centro dell’agenda politica comunitaria, la questione del Mediterraneo. Chiedendo il coinvolgimento delle più alte cariche politiche europee ed internazionali; proponendo una partnership con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo; dare piena attenzione a quei paesi europei che si trovano maggiormente coinvolti nel fenomeno; rafforzare le capacità di Frontex[33]; realizzare un sistema di asilo comune a tutti i paesi europei; istituire un fondo speciale di solidarietà per affrontare la crisi umanitaria; ecc.   

Queste indicazioni dell’Italia rivolte all’Unione Europea ed alle sue agenzie, in particolare Frontex, non sono state ben accolte. Prima di tutto tra gli stessi paesi membri, che alla richiesta italiana di ospitare gli immigrati sbarcati a Lampedusa, non hanno praticamente dato alcuna disponibilità. In secondo luogo, come è stato già osservato da diversi addetti ai lavori[34], l’Italia sembra voler intendere il potenziamento di Frontex in un’ottica esclusivamente militaristica, con cui fronteggiare gli arrivi di immigrati in Europa, e non è questa la soluzione auspicabile per regolamentare i flussi migratori.

Sempre in riferimento alla politica estera, il mese seguente, a marzo il Consiglio dei Ministri riunitosi d’urgenza, ha deciso di aderire alla Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite[35], che dichiara l’approvazione della no-fly zone sulla Libia ed autorizzando qualsiasi tipo di intervento per proteggere la popolazione civile libica. Inoltre l’Italia, ha concesso l’utilizzo delle basi militari già esistenti sul territorio nazionale. 

Alla fine del mese, il Governo italiano, insieme a le Regioni, le Provincie Autonome e gli Enti Locali, hanno sancito un Accordo[36] per affrontare l’emergenza profughi e per porre le basi del nuovo Piano per l’accoglienza dei migranti[37] provenienti dal Nord Africa. L’Accordo ha previsto che l’Italia ospiterà 50.000 immigrati, che verranno distribuiti tra le diverse regioni italiane – escluso l’Abruzzo[38] – con una  direzione nazionale, coordinata dal Governo, con le Regioni e gli Enti Locali, in coordinamento con le Prefetture.  

In particolare il Piano per l’accoglienza dei migranti è stato emanato il 12 aprile dalla Presidenza del Consiglio, Settore Protezione Civile. Si articola su tre principali obiettivi: assicurare la prima accoglienza; garantire l’equa distribuzione degli immigrati sul territorio italiano; provvedere all’assistenza. Il piano è rivolto a tutti gli immigrati, siano essi immigrati economici, come si è trattato in questo caso dei tunisini, oppure richiedenti asilo, ovvero coloro che provengono dalla Libia.

Il piano del dettaglio prevede:

  • La prima accoglienza comprensiva dell’assistenza sanitaria ed il primo ristoro per tutti, dopo di che si avviano le procedure di rimpatrio per coloro che risultano essere immigrati non regolari e la distribuzione sul territorio italiano per coloro che rientrano in altri gruppi.
  • L’ equa distribuzione sul territorio è prevista in modo che ogni regione dovrà ospitare degli immigrati considerando il totale della propria popolazione residente [39].    
  • L’assistenza agli immigrati è garantita secondo le rispettive ripartizioni, dal sistema della Regioni/PA nel proprio territorio, secondo modalità che costituiscono piani discendenti della pianificazione nazionale[40]. Ai richiedenti asilo è subito garantito il vitto, l’alloggio e l’assistenza sanitaria di base.

 

Il piano è coordinato dal Commissario Delegato attraverso il Dipartimento della Protezione Civile, nella persona del prefetto Gabrielli, che ha il compito di mettere in raccordo tra loro le strutture della Sistema Nazionale di Protezione Civile, le Regioni, il mondo del volontariato ed il sistema sanitario. Deve inoltre avere la gestione contabile e finanziaria degli interventi e del supporto giuridico. È stato  inoltre  istituito un Comitato di coordinamento composto dal Direttore della Direzione Centrale per l’Immigrazione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dal Capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione nonché da un rappresentante, rispettivamente, della Regione coordinatrice della Commissione Speciale Protezione Civile della Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome, del Anci e del Upi (Unione delle Provincie Italiane). Il Ministero dell’Economia ha fornito una prima trance di 110 milioni di euro per l’attuazione di questo piano.  

L’istituzione di questo piano d’accoglienza per gli immigrati, non solo rappresenta il punto di partenza delle nuove modalità e strategie che il Governo ha messo in atto, ma soprattutto sancisce il ruolo di primo piano che avrà da quest’anno la Protezione Civile nell’attuazione vera e propria dell’accoglienza dei richiedenti asilo, un ruolo questo, che esula dalle sue competenze e dal suo statuto[41]

Dal canto loro gli altri enti coinvolti nel piano, hanno cercato di fornire le loro indicazioni per la gestione dell’accoglienza. In particolare l’Anci ha chiesto di conoscere preventivamente i contenuti e le modalità dell’ordinanza della Protezione Civile. Evidenziando in particolare che: all’interno dell’ordinanza siano contenute le modalità di gestione del Fondo destinato ai Comuni per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati; il finanziamento dei 950 posti messi a disposizione dalla rete dello SPRAR, che si possono ampliare, ricordando che lo SPRAR è il sistema nazionale di riferimento per l’accoglienza dei richiedenti asilo; il coinvolgimento dei Comuni nella distribuzione sul territorio degli immigrati provenienti dal Nord Africa.

Inoltre, lo stesso presidente del Anci, ha inviato una lettera al Capo del Dipartimento della Protezione Civile, manifestando le preoccupazioni sorte tra gli Enti locali, rispetto al fatto che i Comuni stessi sono stati coinvolti soltanto in seguito alla sottoscrizione degli accordi con il Governo e non prima, nella fase decisionale. Un invito alla collaborazione ed al coinvolgimento reale dei Comuni, nella gestione dell’accoglienza, l’Anci l’ha rivolto anche alle Regioni, in un incontro con la Protezione Civile, proprio per garantire la massima efficienza dell’intervento. 

Allo stesso tempo il Governo, per arginare la presenza dei tunisini sul territorio italiano, ha istituito un permesso provvisorio, per motivi umanitari, attraverso un DPCM[42] dei primi di aprile, con il quale è stato appunto concesso, a coloro che sono giunti in Italia tra il 1° gennaio e la mezzanotte del 5 aprile, un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

I possessori di questo titolo di soggiorno possono circolare liberamente nei paesi dell’Unione Europea.

La domanda dovrà essere presentata, entro 8 giorni dalla pubblicazione del decreto, presso gli uffici della questura appositamente preposti. Ed ogni pratica relativa al rilascio del permesso dovrà avvenire a titolo gratuito.  

Di contro, per tutti coloro a cui non è stato rilasciato questo permesso, dovranno essere disposte le misure relative all’espulsione. 

Inoltre, sempre nel mese d’aprile, il Governo ha sottoscritto un altro importante accordo, questa volta però di portata internazionale, visto che ha coinvolto il provvisorio Governo tunisino[43], con il quale ha stretto un accordo, volto a prevenire gli ingressi irregolari degli immigrati. L’accordo ha previsto che la Tunisia si impegni a controllare l’immigrazione dalle proprie coste e di collaborare alle operazioni di rimpatrio. Inoltre l’Italia ha messo a disposizione del paese africano, 6 motovedette, 4 pattugliatori ed un centinaio di fuori strada e ha introdotto la possibilità che i rimpatri possano avvenire in maniera diretta, al momento dell’arrivo dell’immigrato e con procedure semplificate.

Per meglio capire quali fossero le reali condizioni detentive dei tunisini, qui di seguito sono state riportate alcuni dei luoghi e delle vicende più emblematiche e paradossali, che meglio descrivono il nuovo trattamento che quest’anno è stato riservato agli immigrati in Italia.

Prima fra tutte, l’ormai nota alle cronache, tendopoli di Manduria. Questa è sorta, quasi dal nulla, nell’area dell’ex aeroporto militare, alla fine di marzo, con grande protesta, non solo da parte dei primi 1.300 tunisini che lì sono stati portati, per poi essere identificati, ma anche della popolazione locale e del primo cittadino, che si è subito dimesso. Sapevamo di dover accogliere una tendopoli con dei clandestini, mi era stato comunicato sette giorni fa. Ma il sito individuato dal ministero della Difesa doveva servire solo ad ospitare 200- 500 persone. Mi si parlò di una struttura che serviva all’identificazione e all’espulsione dei non aventi diritto di asilo. Io ho dovuto chiaramente accettare le determinazioni che sono arrivate dal commissario straordinario per questa emergenza, il prefetto Caruso. Ma ero stato chiaro: doveva essere una tendopoli temporanea[44]

Le prime cronache che hanno riguardato questa nuova struttura non sono state tra le più incoraggianti. Infatti i tunisini, una volta trasportati lì, sono stati abbandonati a loro stessi, nessuno ha fornito loro informazioni rispetto al luogo, ai propri diritti e doveri e rispetto a quello che sarebbe accaduto nei prossimi giorni. Così come, dall’altra parte, nessuno ha informato la popolazione e gli amministratori locali di quello che stava per accadere nel loro territorio.

Questa assenza di informazioni ha contribuito fortemente a creare un clima di tensione, paura e diffidenza, sia tra i tunisini, che hanno visto infrangersi il loro sogno di libertà, sia tra le autorità e la popolazione autoctone, che si sono sentite tradite ed abbandonate dal Governo. Attualmente questa tendopoli funziona esattamente come un CIE. Quindi, da luogo provvisorio per l’accoglienza per i tunisini, ad importante centro di detenzione per tutti coloro che sbarcano sulle coste italiane. 

Oltre alla tendopoli di Manduria, i tunisini sono stati trasferiti anche nel Lazio, ed in particolare a Civitavecchia, dove sono arrivati via mare, a bordo di navi da crociera e sono stati alloggiati nell’ex caserma De Carolis, ed anche questa struttura, come quella di Manduria, è del tutto nuova alla gestione di immigrati. L’altra analogia con il territorio pugliese è dato dal fatto che anche in questo caso le autorità locali sono state avvertite del trasferimento, di diverse centinaia di immigrati sul proprio territorio, soltanto pochi giorni prima, ed anche in questo caso il numero delle persone da ospitare si è rivelato molto più alto di quello concordato. Tutto ciò ha reso ancora più difficile l’accoglienza di queste persone. Il centro improvvisato è stato utilizzato più che altro per lo “smistamento” degli immigrati ed una volta che è entrato in vigore il decreto relativo al permesso di soggiorno provvisorio, l’ex caserma è stata svuotata. Quindi è stato attivo solo per un breve periodo, sufficiente però a creare scompenso nella città. Infatti, nonostante le rassicuranti dichiarazioni rilasciate dal sindaco rispetto alla presenza del nuovo centro per immigrati nel rapporto con il territorio[45], la situazione non è stata affatto tranquilla. Molti immigrati appena arrivati hanno subito provato a scappare, cercando di raggiungere un centro abitato – visto che anche questa struttura si trova in una posizione isolata – ma sono stati riportati nella struttura[46]. Inoltre al momento dello sbarco dei tunisini nel porto, alcuni cittadini hanno manifestato il loro disappunto rispetto alla loro presenza, ma allo stesso tempo è stato anche allestito un presidio di benvenuto, organizzato dalla campagna Welcome. Indietro non si torna[47]. Il disappunto però è andato crescendo nel momento in cui la popolazione, attraverso l’associazione il Popolo della Città[48] – una volta che l’ex caserma è tornata nuovamente deserta e dopo che la Presidente della Regione Lazio ha dichiarato che lo stabile a breve sarebbe tornato di disponibilità del Comune[49] – ha chiesto che l’ex caserma fosse riconvertita in alloggi, per le famiglie civitavecchiesi con problemi abitativi ed esternando chiaramente la propria opposizione rispetto all’utilizzo della struttura.

Ad oggi l’ex caserma De Carolis continua ad essere un centro di accoglienza per immigrati, o meglio un centro dove questi vengono poi smistati in altre strutture, dove nessuno può entrare, quindi i racconti relativi al suo funzionamento ed alle sue condizioni, sono assai sporadici[50]. In totale accordo con il primo cittadino e con la promessa alla popolazione locale, che una volta terminata l’emergenza, la cui fine viene prorogata di mese in mese, questa verrà utilizzata per rispondere alla forte carenza abitativa di cui soffre la città.  

Un altro territorio coinvolto nell’accoglienza emergenziale dei tunisini è stato quello lucano, che ha visto ospitare a Palazzo san Gervasio, nella provincia di Matera, un nuovo centro di detenzione temporaneo. Questo è stato inaugurato il 1° aprile, ed è un ex fabbrica di laterizi confiscata alla criminalità organizzata, isolata nella campagna, verso il confine con la Puglia. Il centro ha ospitato solo tunisini. La tendopoli è stata allestita molto velocemente e tendendo all’oscuro lo stesso Presidente della Regione, Vito De Filippo. Nonostante l’amministrazione lucana sin da subito si sia dimostrata disponibile ad accogliere gli immigrati provenienti dall’Africa, è stato più volte denunciato, da parte delle stesse autorità regionali, che non sono mai stati messi al corrente di quello che stava accadendo a Palazzo San Gervasio. Anche perché gli amministratori regionali inizialmente hanno ipotizzato un tipo di accoglienza diffusa, mettendo a disposizione le numerose abitazioni vuote ed abbandonate che ci sono sparse per la Basilicata. Sia per favorire l’inserimento degli immigrati nel territorio, sia per rispondere allo spopolamento di molti centri lucani e per incentivare in parte la ripresa dell’economia locale, ad esempio fornendo agli immigrati dei buoni acquisto da spendere esclusivamente nei negozi presenti in loco.    

In seguito alla visita nel centro di diversi avvocati e parlamentari, che hanno denunciato formalmente quando accadeva lì dentro. Grazie anche ad un video – girato con il cellulare da uno dei detenuti – che ha mostrato a tutto il paese in quali condizioni decine di persone sono state costrette a vivere e che trattamenti hanno ricevuto quotidianamente dalla polizia presente all’interno. A fine giugno la tendopoli lucana è stata temporaneamente chiusa ed i tunisini presenti al suo interno sono stati velocemente trasferiti, chi nel CIE di Bari e chi direttamente in Tunisia. Allo stesso tempo però, sono iniziati dei lavori di ampliamento e di potenziamento della struttura, dato questo che fa supporre che la sua presenza nel territorio non sarà molto temporanea[51].   

Quindi anche in questa regione del Sud del paese, sembra che l’obiettivo di chi sta gestendo l’accoglienza sia stato quello di creare tensione e preoccupazione tra la popolazione locale. Poiché la Basilicata da anni è abituata ad ospitare, per alcuni mesi l’anno, 3.000/4.000 lavoratori stagionali, durante la stagione della raccolta, quindi è un territorio capace di relazionarsi con presenze molto consistenti di persone provenienti da paesi terzi. Invece, con la creazione, in gran segreto, di questa tendopoli, è stato in parte incrinato il rapporto tra la popolazione locale e gli immigrati che passano e vivono in questa regione, andando ad alimentare, una sempre meno latente guerra tra poveri.  

Oltre alla tragica gestione dell’accoglienza, non vanno dimenticate altre tragedie, come le morti in mare delle persone in fuga dall’Africa. Difatti sin dalle prime settimane si sono registrati i primi naufragi di imbarcazioni ed i primi dispersi in mare. E nel corso dei mesi successivi, alcuni giornali, hanno continuato a riportare di queste tragedie nel mar Mediterraneo.

La cronaca dei naufragi dei primi quattro mesi di quest’anno è riportata da diverse fonti[52], si trattata di 800 persone circa, di cui è stata accertata la scomparsa, senza contare tutti coloro che non sono stati segnalati e cercati da nessuno.

Uno degli episodi più drammatici è avvenuto durante la prima settimana di aprile, un’imbarcazione con a bordo 300 persone circa, è naufragata a qualche miglia dalle isole Pelagie. Il natante, lungo non più di 13 metri e partito dalle coste libiche, stava trasportando soprattutto persone originarie del Corno d’Africa, somali ed eritrei. Soltanto una cinquantina sono riusciti ad essere portati in salvo dalle forza navali italiane, per gli altri non c’è stato niente da fare[53]. Questa è stata la tragedia più imponente verificatasi nel Canale di Sicilia, non solo di quest’anno, ma degli ultimi anni. 

3.2. I secondi arrivi: i profughi dalla Libia

Tra aprile e maggio sulle coste italiane sono cominciati a sbarcare anche coloro in fuga dalla Libia, che, più o meno volontariamente, scappano da un paese che il 17 febbraio è entrato in guerra.

In questo caso il comportamento del Governo italiano è stato meno incerto sul da farsi. I luoghi di destinazione di queste persone sono già chiari, ovvero i CARA. Inoltre esiste già un piano per l’accoglienza, che indica in che proporzioni gli immigrati devono essere distribuiti tra le diverse regioni. In questo modo quindi la situazione appare più sotto controllo, ma facendo una veloce panoramica della penisola, si può notare chiaramente che, nonostante l’Italia sia un paese che da anni accoglie richiedenti asilo, la prima accoglienza e l’inserimento di queste persone presentano forti carenze e di conseguenze i beneficiari non possono godere a pieno dei diritti che spettano loro.  

Da Nord a Sud infatti sono numerose le segnalazioni di disagi ed ogni regione, ma spesso anche ogni provincia, sembra aver creato una propria modalità e rete d’accoglienza.

Innanzitutto gli immigrati vengono ospitati in qualsiasi tipo di struttura in disuso disponibile: alberghi, case d’accoglienza della Caritas, ospedali, asili, istituti religiosi, associazioni di volontariato, scuole, ecc. Nella maggior parte dei casi non si tratta di strutture ideate per l’accoglienza dei profughi, ma vengono utilizzate ugualmente perché, stando al piano d’accoglienza ed alle successive ordinanze, ogni regione deve ospitare un definito numero di immigrati e quindi ogni territorio si è adoperato come meglio ha potuto e voluto.

In Veneto, a maggio, il Presidente della regione ha provveduto affinché l’ex istituto elioterapico Mezzaselva, a Roana, venisse utilizzato per accogliere i profughi. Questa struttura, praticamente nuova, ristrutturata di recente e chiusa tre anni fa, è sembrata la migliore soluzione per rispondere all’emergenza. Ma i sindaci della zona dell’Altopiano, che coinvolge sette comuni, hanno fortemente protestato contro la scelta della regione. Prima di tutto perché non erano stati coinvolti al momento della decisione ed in secondo luogo perché la concentrazione di 250 immigrati in un solo luogo, non solo avrebbe creato dei problemi di sicurezza nel territorio, ma avrebbe anche compromesso la stagione turistica dell’Altopiano[54]. Questo episodio è stato esplicativo del roboante contenzioso sorto tra il governatore della regione ed i sindaci di diversi comuni veneti, non solo quelli sopra citati. Difatti il territorio, attraverso i suoi amministratori, non si è dimostrato ben disposto ad accogliere dei rifugiati, adducendo problemi di ordine pubblico e di sicurezza, assolutamente in linea con le posizioni della Lega Nord, che in questi territori ha un ruolo di primo piano.

Anche nella vicina Lombardia, che per il Nord è la regione che dovrà ospitare il maggior numero di immigrati, sono state messe in atto differenti modalità d’accoglienza, in base alla tipologia degli immigrati.

Ai richiedenti asilo infatti sono state dedicate, qui come altrove, alcune strutture alberghiere, prevalentemente dislocate in comuni di montagna, come a Montecampione in provincia di Brescia, dove sono stati segnalati diversi momenti di tensione da parte dei rifugiati presenti all’interno del nuovo CARA, per l’isolamento a cui sono stati costretti e le difficili condizioni meteorologiche, per l’assenza di un’assistenza sanitaria costante e l’attivazione di corsi di formazione professionale e di orientamento socio-lavorativo. Versando quindi in una situazione di totale abbandono in attesa di conoscere l’esito dell’audizione con la Commissione[55].

Oltre 300 rifugiati, sono stati ospitati anche nella città di Milano, anche in questo caso all’interno di strutture alberghiere. Le condizioni di vita degli immigrati risultano essere sempre difficili e precarie, privati della quasi totalità dei servizi di cui dovrebbero beneficiare. Inoltre, i diversi attori locali coinvolti nella gestione, dagli albergatori agli amministratori, hanno segnalato molte preoccupazioni rispetto alla futura organizzazione dell’accoglienza. Sia considerando i fondi necessari per le ingenti spese da sostenere, sia immaginando come verranno gestiti e da chi, i percorsi di inserimento socio-lavorativo ed abitativo, di coloro che ottennero un permesso di soggiorno[56].

Nella provincia di Bergamo, sono stati attivati dei percorsi, auto-organizzati nel territorio, per ospitare un gruppo di tunisini, che una volta ottenuto il permesso di soggiorno provvisorio, come molti, hanno deciso di restare in Italia. Non essendo stati attivati dei servizi, ad esempio la messa a disposizione di abitazioni, tant’è che hanno dormito nei boschi per settimane, le organizzazioni del territorio si sono attivate spontaneamente, fornendo loro vitto ed alloggio e tutte quelle informazioni necessarie per avviare autonomamente il proprio inserimento socio-lavorativo[57].

Mentre in tutto il paese si andavano delineando dei veri scenari emergenziali, scaturiti più che altro dalle poche ed ambigue indicazioni fornite dal Governo rispetto alla gestione e alla durata dell’accoglienza, che facevano languire questi nuovi ghetti in condizioni di totale abbandono. Allo stesso tempo il Governo si è dimostrato molto tempestivo, nel ripristinare i rapporti con i nuovi governatori della Libia. Infatti, il 17 giugno, è stato siglato un memorandum con il Cnt libico (Consiglio nazionale transitorio). In questo accordo sono state poste le basi per ripristinare gli accordi tra la Libia e l’Italia in materia d’immigrazione – che sono stati stipulati per la prima volta nel 2008[58] – riproponendo quindi le stesse misure già adottate dai due paesi. Ma in molti, soprattutto tra gli addetti ai lavori, hanno contestato la validità di una tale intesa. A tal proposito è interessata osservare quanto riportato dal Asgi in una nota. Prima di tutto è stato lamentato il fatto che un accordo di tale portata non sia stato reso pubblico. Secondo, trattandosi di un accordo di natura chiaramente politica, deve essere approvato da entrambe le Camere[59], passaggio questo che ad oggi non è ancora avvenuto. Terzo, il Governo italiano ha stipulato un accordo con una controparte, il Cnt, prescindendo dalla sua legittimità e dal suo riconoscimento da parte delle stesse autorità del nostro paese. Infine, rispetto alle procedure di rimpatrio, questo accordo sembra violare le norme di diritto internazionale, poiché il provvedimento colpisce coloro che provengono dalla Tripolitania, dove è in corso una guerra.    

All’inizio di ottobre il Governo si è trovato a dover nuovamente affrontare la questione dei 11.800 tunisini, ai quali in aprile era stato concesso il permesso umanitario provvisorio, che dopo 6 mesi è scaduto, come indicato dallo stesso decreto. A questo punto, non essendo il permesso rinnovabile, queste persone, molte delle quali non hanno mai lasciato l’Italia proprio per le reazioni di alcuni paesi europei, si sono ritrovate in una condizione di irregolarità. Anche questa volta l’allarme è stato lanciato dall’esterno, da tutte quelle organizzazioni che si occupano di immigrati, che li ospitano nelle proprie strutture (come l’Asgi, l’Arci e la Caritas). Ancora una volta l’azione del Governo è partita dalla spinta di organizzazioni esterne, che sono state abbandonate a loro stesse, non avendo ricevuto nessuna circolare che facesse chiarezza su ulteriori proroghe del suddetto permesso. Da questo dichiarato allarme, il 6 ottobre, è stato deliberato un ulteriore decreto legge[60], che ha stabilito una proroga di altri 6 mesi del permesso, mantenendo le condizioni del precedente decreto. Nel testo è stato evidenziato che tale rinnovo per il Governo italiano è stato posto in un’ottica di dialogo e di collaborazione tra l’Italia e la Tunisia, soprattutto per rilanciare le nuove pratiche di rimpatrio. Quindi, ancora una volta si evince che le istituzioni intendono la presenza degli immigrati soltanto come un problema per il paese, per cui l’unica soluzione è quella di espellerli.

Unitamente a questo provvedimento, che ha avuto una certa eco mediatica, il Governo ha emanato un nuovo decreto con il quale ha prorogato di un altro anno lo stato di emergenza umanitaria fino al 31 dicembre 2012[61]. Questo provvedimento è passato in sordina e nessun organo di stampa nazionale ne ha parlato. Il silenzio attorno a questa vicenda è abbastanza evidente, visto che allungare lo stato emergenziale, allo stesso tempo significa, l’esborso di ulteriori finanziamenti straordinari, prolungare le condizioni di sofferenza e disagio in cui versano gli immigrati, rendere i territori coinvolti ancora più esposti ad uno scontro sociale e continuare a fare gli interessi economici di pochi.

3.3. Il (mancato) ruolo dello SPRAR

Le nuove politiche governative rispetto all’accoglienza dei rifugiati hanno creato non pochi squilibri, soprattutto nell’operato del Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati, lo SPRAR.

Nonostante lo SPRAR, come è stato già osservato nel precedente capitolo,   rappresenti un modello virtuoso di accoglienza per i rifugiati, durante i primi mesi della cosiddetta “emergenza sbarchi” questo sistema è stato completamente scavalcato ed ignorato[62], stando alle parole della stessa direttrice dello SPRAR che ha denunciato quanto è accaduto.

Nelle dichiarazioni rilasciate sono state infatti individuate le principali criticità ed anomalie del nuovo piano d’accoglienza proposto dal Governo. Prima di tutto la rete delle strutture dello SPRAR, radicata in tutto il territorio da anni, non è stata affatto tenuta in considerazione, quando invece rappresenta il perno di tutto il sistema di accoglienza. In secondo luogo, affidando la gestione alla Protezione Civile, da una parte si è venuto a creare un sistema di accoglienza parallelo a quello preesistente, poiché il nuovo sistema non sembra affatto operare in sinergia e coordinamento con le strutture già presenti (sia la rete dello SPRAR, che il sistema dei CARA); dall’altra parte significa che si è voluto evidenziare solo il lato emergenziale degli arrivi e non è stata data una progettualità volta invece all’inserimento socio-lavorativo degli immigrati. In terzo luogo, cedere alla Protezione Civile ed alle forze di polizia la direzione ed il coordinamento dei richiedenti asilo, comporta costi decisamente maggiori. Infatti, per ogni persona ospitata all’interno di un CARA, vengono spese 70/80 euro al giorno, esclusi i costi relativi ai controlli di sicurezza. Mentre i servizi dello SPRAR prevedono una diaria di 35 euro al giorno.  

Solo in un secondo momento ed in seguito a queste dichiarazioni, il Servizio centrale è stato parzialmente coinvolto nella gestione dell’accoglienza. Sono stati infatti messi a disposizione altri 1.500 posti in più, rispetto ai 3.000 finanziati in via ordinaria, ed è stata rafforzata la rete di enti locali che già operano con i richiedenti asilo. Infine, queste nuove disponibilità sono state comunicate ad ogni soggetto attuatore regionale creando un contatto diretto con i referenti regionali della Protezione Civile.

Nel dialogo con quest’ultima, lo SPRAR ha anche fornito delle indicazioni rispetto al trasferimento delle persone da una struttura ad un’altra. Ponendo l’attenzione esclusivamente sulle caratteristiche delle persone da trasferire – che magari presentano forti vulnerabilità e necessitano di specifiche tipologie d’accoglienza – piuttosto che spostare gruppi numerosi di persone da una struttura e l’altra senza individuarne i reali bisogni. 

Quindi lo SPRAR da mesi sta tentando di ricomporre i differenti sistemi di accoglienza che si sono andati sviluppando nel corso di quest’anno. Soprattutto attraverso il dialogo con quelli attori sociali che si sono trovati per la prima volta ad operare con i richiedenti asilo, fornendo loro le linee guida e le buone pratiche già messe in atto.

BOX: I mezzi di informazione

A contribuire alla poca chiarezza nella gestione degli ingressi e dell’accoglienza, non va dimenticato il fatto che sin dalle prime settimane della dichiarata emergenza, sia stato praticamente interdetto l’accesso ai giornalisti e agli organi di stampa in qualsiasi struttura adibita per l’accoglienza o la detenzione.

Tanto è stata evidente questa limitazione della libertà che l’Ordine dei Giornalisti e la FNSI, hanno scritto una lettera al Ministro Maroni, chiedendoli di garantire la libertà di informazione rispetto a questi centri[63] In questa lettera viene fatto riferimento ad una circolare, del mese di aprile, del Ministero dell’Interno[64], con la quale il Governo ha limitato l’accesso alle strutture che “ospitano” gli immigrati, solo ad alcune organizzazioni, quali Acnur, Oim, Cri, Amnesty International, MSF, Save The Children, Caritas e tutte quelle associazioni e cooperative che hanno dei progetti in questi centri, con la ferma spiegazione che la presenza di altri soggetti possa rappresentare un ostacolo all’effettivo funzionamento delle strutture.

Nella lettera quindi i giornalisti hanno chiesto l’abolizione della cosiddetta circolare della censura, sostenendo invece che un’informazione corretta e trasparente possa contribuire a far conoscere queste istituzioni, quali i CARA ed i CIE, garantendone, proprio attraverso l’informazione, una gestione corretta e responsabile. Infine nella lettera è stato sottolineato come l’ingresso, in particolare nei CIE, sia da sempre stato negato e fortemente limitato agli operatori dell’informazione, nonostante questi, da un punto di vista strettamente giuridico, non siano dei luoghi di detenzione e quindi soggetti a specifiche limitazioni per l’accesso. Si ricorda inoltre come già in passato il Ministro Pisanu avesse proibito l’ingresso nei CPT a tutti i giornalisti, se non al seguito di qualche delegazione parlamentare.

In seguito giornalisti di diverse testate e giornalisti freelance, hanno inviato numerose richieste agli organi competenti per accedere nei CARA e nei CIE, ma senza ottenere alcuna autorizzazione. Nel mese di maggio ha fatto seguito un loro appello, di concerto con il sindacato della categoria ed alcuni parlamentari, chiamato LasciateCIEntrare[65], chiedendo appunto la possibilità di entrare dentro queste strutture e sottolineando il fatto che la libertà di stampa e di informazione sono garantite dalla Costituzione, all’articolo 21, e che la censura non può essere istituita con una circolare del Viminale.

Con questo appello è stata indetta, per il 25 luglio, una mobilitazione, di tutti i giornalisti ed i parlamentari a presentarsi davanti ai CIE d’Italia, da Gradisca a Lampedusa, per reclamare il diritto ad entrare in questi centri, per poter vedere e raccontare quello che accade al loro interno[66]

Un paio di giorni dopo la mobilitazione dei giornalisti e di alcuni parlamentari, è stato deciso di procedere attraverso i tribunali e l’Unione forense per la tutela dei diritti umani[67] ha impugnato davanti al TAR del Lazio, la suddetta circolare ministeriale[68]. Quindi attualmente la battaglia legale e politica dei giornalisti è ancora in corso.

4. Le condizioni dei richiedenti asilo in Italia nel corso del 2011:

    due casi studio

 

4.1. La Campania

Come è stato osservato nella nota metodologica, la regione Campania è stata scelta, come uno dei territori d’indagine per il caso studio, proprio perché, stando al piano d’accoglienza previsto dal Governo, è il territorio del Sud d’Italia che dovrà ospitare il maggior numero di rifugiati provenienti dalla Libia, ovvero 4.728 unità. Stando agli ultimi dati – che vengono aggiornati ogni settimana dalla Protezione Civile – fino ad ora nella regione campana sono arrivati 2.278 immigrati[69].  

Nel corso dell’anno, in ogni provincia della regione, si sono andate delineando diverse pratiche di accoglienza dei rifugiati, alle quali il territorio era in parte estraneo. Anche se in passato si è tristemente distinto per i famosi ghetti dei lavoratori stagionali a Villa Literno, piuttosto che a Castel Volturno.   

Oggi ogni territorio sembra però aver risposto a questa nuova richiesta di ospitalità. Qui di seguito verranno descritte e raccontate quali sono le condizioni degli immigrati, richiedenti asilo e non, che sono stati accolti in ogni singola provincia campana.

4.1.1. La provincia di Napoli

Nella provincia napoletana, la maggior parte degli stranieri è stata ospitata proprio nel capoluogo campano e soltanto una minima parte è stata concentrata nei comuni limitrofi, come Acerra, Somma Vesuviana o San Giuliano.

In particolare i primi arrivi qui si sono registrati a partire dal mese di maggio, poiché prima di allora in Campania erano arrivati soltanto tunisini, concentrati tutti in un “nuovo” CIE nel casertano.

Queste persone, dopo essere sbarcate a Lampedusa, sono state condotte nei cosiddetti centri di prima identificazione, in Sicilia, in Puglia, in Molise. Dopo circa un mese sono state portate con delle navi, al porto di Napoli e da qui dentro la città, negli alberghi. 

Infatti, qui le strutture messe a disposizione dei richiedenti asilo sono state principalmente degli alberghi, poiché per rispondere alle esigenze numeriche dettate dal nuovo piano di accoglienza, il Ministero dell’Interno, di concerto con la Protezione Civile regionale, hanno dovuto trovare dei luoghi liberi e disponibili per ospitare i rifugiati. La provincia napoletana non è mai stata dotata di significative strutture dedicate all’accoglienza dei richiedenti asilo, quindi gli alberghi, oramai sempre vuoti ed abbandonati dai turisti per il grande problema dei rifiuti, sono sembrati gli unici luoghi disponibili per contenere numeri così alti di persone. Si tratta in particolare di alberghi che si trovano nella zona intorno alla stazione centrale, che circondano Piazza Garibaldi.

Come riportato dalle interviste, tenutesi nel corso dell’indagine con diversi testimoni privilegiati e stando anche a quanto riportato dalla stampa locale nel corso dei mesi, la quasi totalità degli albergatori, nell’ospitare i profughi provenienti dalla Libia hanno visto l’unica via d’uscita per non dover interrompere la propria attività e non dover chiudere i battenti. Nella primavera di quest’anno sono stati molti i gestori che, attraverso la Federalberghi, hanno risposto all’invito della Protezione Civile di aprire le proprie porte ai richiedenti asilo. Nell’accordo ovviamente, oltre all’alloggio ed al vitto, ai rifugiati devono essere garantiti tutta un’altra serie di servizi ed agevolazioni, previste dalla legge, come l’assistenza sanitaria, psichiatrica e legale, la presenza di mediatori linguistico-culturali, corsi di lingua italiana e di formazione professionale, una tessera telefonica internazionale ed il pocket money

Nella pratica però, lo scenario che si presenta a Napoli e provincia è assai differente da quello che dovrebbe essere. Difatti i rifugiati ospitati negli alberghi appaiono più che altro abbandonati a loro stessi, e nonostante gli stessi responsabili della Protezione Civile regionale abbiamo dichiarato che queste strutture sono dei veri e propri CARA, agli immigrati viene solo fornito l’alloggio ed il vitto, tra l’altro di scarsa qualità ed insufficiente, insieme a qualche indumento usato ed il minimo sufficiente per potersi garantire l’igiene personale. Come tra l’altro hanno sottolineato più volte numerosi immigrati incontrati ed intervistati nel corso dell’indagine. 

Le stesse strutture alberghiere dove vivono nella maggior parte dei casi sono alquanto fatiscenti, non c’è mobilio, spesso l’aria condizionata non funziona, i letti sono inconsistenti, la pulizia ed il ricambio della biancheria lasciano a desiderare[70].

Inoltre, come hanno dichiarato alcuni dei testimoni privilegiati e degli stessi immigrati intervistati, non sono stati dotati di nessuna tessera telefonica per chiamare a casa. La mia famiglia penserà che sono morto, visto che non sono mai riuscito a parlare con loro da quando sono arrivato in Italia. Né tanto meno hanno ricevuto da subito il pocket money giornaliero. Infatti, stando a quanto riportato da una circolare della Protezione Civile, del luglio scorso[71], i richiedenti asilo avrebbero dovuto ricevere un piccolo contributo economico di 2,50 euro al giorno, in buoni pasto, da spendere in attività commerciali convenzionate. Nella realtà, gli immigrati ne hanno potuto beneficiare solo a partire dalla seconda metà di settembre, come è stato dichiarato nel corso dell’intervista con il responsabile per l’emergenza immigrazione, della Protezione Civile campana[72]. Il quale ha specificato che il ritardo nell’applicazione della circolare, che avrà effetto retroattivo attraverso la distribuzione degli arretrati, sia dovuto a dei disguidi tecnici rispetto alle modalità di erogazione del pocket money, che è stato immaginato caricando di volta in volta una carta elettronica, per garantire una maggiore sicurezza.

Inoltre, sino ad ora, non sono mai stati attivati servizi di consulenza legale, di ascolto psicologico, di orientamento socio-professionale. La totale mancanza di queste attività è stata testimoniata, non solo dagli immigrati stessi nel corso delle interviste, ma anche dal fatto che l’erogazione di alcuni di questi servizi è stata affidata alla buona volontà di associazioni di volontariato ed in modo particolare, per quanto riguarda la città di Napoli, alla Cgil. Difatti quello che è accaduto è stato che il sindacato, attraverso il ruolo di primo piano dell’ufficio immigrazione si è sostituito ad un sistema di accoglienza che di fatto non esiste. Nello specifico è stato organizzato un corso di lingua italiana, che in molti tra gli immigrati hanno chiesto, che ha visto la partecipazione di circa 500 persone, dato questo che conferma quanto sia fondamentale ed auspicabile un’attività del genere. Tant’è che per far fronte a presenze così sostenute, sono state messe a disposizione altre strutture della Cgil, come ad esempio la sede dello Smile a Poggio Reale, ed è stata coinvolta tutta la Rete Antirazzista campana, ma in ogni caso non sono riusciti a fronteggiare e soddisfare del tutto la domanda per i corsi d’italiano.

Sempre dall’iniziativa di alcuni membri della Cgil campana, sono stati organizzati dei momenti di informazione rispetto alle procedure per il riconoscimento dell’asilo ed è stato attivato anche un sistema di preparazione ed accompagno per l’audizione con la Commissione territoriale. Attività queste che invece dovrebbero essere garantite per legge all’interno delle strutture d’accoglienza. È stato anche attivata una convenzione con un ambulatorio per poter offrire le cure mediche essenziali agli immigrati, visto che le organizzazioni competenti non hanno coinvolto le Asl territoriali o gli ambulatori, per garantire un adeguato servizio sanitario. 

Il punto è proprio questo. Gli alberghi, così come hanno anche dichiarato nel corso delle interviste alcuni dei gestori stessi, non sono ovviamente attrezzati per l’accoglienza di profughi. Un albergo, al centro di una città, non può diventare un CARA all’improvviso. Il fatto è che questo nuovo piano di accoglienza del Governo non ha tenuto affatto conto delle esigenze, previste dalla legge sull’asilo. Unico obiettivo è stato quello di trovare luoghi vuoti, o semi vuoti, ed inutilizzati, che garantissero il contenimento ed un minimo di sussistenza dei profughi. Dall’altra parte, ovviamente per degli albergatori, senza più clienti negli ultimi anni e con l’unica prospettiva di dover licenziare tutto il personale e chiudere l’attività, questa soluzione di accoglienza, unitamente ai 40 euro giornalieri previsti per ogni ospite, è sembrata l’unica reale soluzione ad un debacle totale. Anche se non va dimenticato il fatto che ad oggi molti dei proprietari di alberghi del napoletano non hanno ancora ricevuto nessun rimborso e fino ad ora tutte le spese gravano ancora sulle spalle di quest’ultimi.

Infine nel corso di questi mesi, da maggio ad oggi, molti di questi richiedenti asilo hanno cercato di lavorare, per il bisogno di guadagnare, per poter continuare ad inviare denaro a casa. Tant’è che, come è stato riportato nel corso delle interviste, sono stati segnalati casi di rifugiati che lavorano in nero nelle campagne della provincia, per cinque euro al giorno. Questo meccanismo è inevitabile, perché la legge italiana vieta ad un richiedente asilo di poter aver un contratto di lavoro nei primi sei mesi da quando ha fatto domanda di protezione internazionale. Ma soprattutto perché in questi territori il lavoro nero è molto diffuso non solo tra gli stranieri – che quasi sempre trovano occupazione in agricoltura o in edilizia – ma anche tra gli italiani, quindi le possibilità di svolgere un lavoro regolare sono alquanto remote.

 

4.1.2. La provincia di Caserta

Questa provincia invece è stata la prima ad essere coinvolta nel territorio campano, difatti è qui che a marzo sono arrivati diverse centinaia di tunisini, anch’essi giunti al porto di Napoli e poi trasportati nei pullman alla ex caserma Andolfato, a Santa Maria Capua Vetere, individuata dal Governo per rispondere all’emergenza. In realtà della caserma dismessa sono stati utilizzate soltanto le mura e non l’edificio vero e proprio, anche perché i tunisini sono stati alloggiati dentro delle tende allestite velocemente. Qui erano costretti a dormire e mangiare ed avevano a disposizione dei bagni chimici per i servizi igenici e per lavarsi.  

Le operazioni di gestione dell’arrivo e dell’accoglienza sono state affidate alla prefettura, che ha coinvolto sin da subito la Cgil regionale, che a sua volta ha messo a disposizione diversi mediatori linguistico-culturali e si è recata all’ex caserma appena sono arrivati i tunisini.

Inizialmente la struttura è stata adibita come centro temporaneo (CIET[73]) e l’ingresso è stato consentito solo a coloro che erogavano dei servizi al suo interno. Come ad esempio la Caritas, la Croce Rossa e l’Arci. Mentre l’ingresso è stato interdetto alla Cgil, alle associazioni di volontariato e a tutti i componenti alla Rete Antirazzista campana. Nonostante ciò, sono stati organizzati diversi presidi davanti alla struttura, per chiederne l’immediata chiusura, viste le pessime condizioni abitative ed igenico-sanitarie nelle quali sono state costrette le persone al suo interno, dato l’ambiguo utilizzo della struttura, la cui natura giuridica è poco chiara, a limite tra un centro d’accoglienza (CDA) ed un centro di detenzione (CIE), pur non possedendo i requisiti di nessuna delle due strutture.

Ad aprile, dopo i provvedimenti relativi ai permessi umanitari provvisori e dopo che, attraverso un’ordinanza, la struttura – insieme a quella di Palazzo San Gervasio e di Kinisia – è diventata un CIE[74], le condizioni di detenzione dei tunisini sono ulteriormente peggiorate e i tentativi di fuga e le rivolte al suo interno sono diventate all’ordine del giorno, visto che i suoi ospiti hanno capito che da lì non sarebbero usciti facilmente. Quindi venivano tenuti tutto il giorno dentro le tende per evitare tensioni, con temperature altissime, intorno ai 40 gradi, inasprendo ulteriormente la situazione e gli animi. Ottenere informazioni veritiere rispetto a come vivevano i tunisini nel CIE si è rivelata un’impresa difficile, vista l’impossibilità ad accedere alla struttura ed avere un contatto con gli ospiti. La Rete Antirazzista Campana è riuscita in parte a monitorare quanto accadeva nel centro, attraverso gli avvocati, che potevano entrarvi, ed attraverso una difficile comunicazione via cellulare con i tunisini stessi. E’ stato raccontato che oltre il caldo insostenibile, questi vivevano al limite della dignità umana. Dormivano sopra dei materassi senza rete, a terra. I pochi servizi igenici di cui disponevano, erano sempre luridi. Diversi ragazzi hanno anche raccontato di essere stati derubati dal personale della Croce Rossa, che in cambio di denaro prometteva loro l’inserimento in fantomatiche liste, per ottenere il permesso di soggiorno. Inoltre, all’interno della struttura sono stati individuati diversi minori, che sarebbero dovuti stare altrove, in centri ad hoc, previsti per loro. A queste condizioni e all’incertezza per il futuro, hanno fatto seguito diversi e terribilmente noti tentativi di suicidio, poiché questo è l’unico modo per uscire da questi centri, dritti in ospedale, da dove poi si tenta la fuga. Sono stati infatti numerosi i casi di tunisini presenti nel CIE casertano che hanno ingoiato candeggina o pezzi di vetro.

Questa situazione di tensione è definitivamente esplosa i primi di giugno, quando in seguito ad una rivolta dei detenuti, la polizia è pesantemente intervenuta, anche con il lancio di lacrimogeni. A quel punto è scoppiato un incendio che ha distrutto tutte le tende, provocando diversi feriti. Il centro è stato chiuso. Dopo un paio di giorni la questura di Santa Maria Capua Vetere ha aperto un’inchiesta ed ha chiesto il repentino sequestro della struttura. I ragazzi che non riusciti a scappare, circa un centinaio, sono stati portati, a bordo di pullman, chi al CIE di Bari Palese, chi al CARA di Crotone. Il criterio di distribuzione è stato in base ai provvedimenti già pendenti su i tunisini. Infatti alcuni avevano già ricevuto il decreto di espulsione, altri avevano fatto richiesta di protezione internazionale. Allora perché erano stati portati nel peculiare e nuovo centro nel casertano? Perché non sono stati portati direttamente nei centri competenti? Perché all’interno del centro si trovavano anche dei minori? Perché questo nuovo centro di detenzione, che sarebbe dovuto restare in funzione fino alla fine dell’emergenza, è stato aperto tanto velocemente, ma altrettanto velocemente è stato chiuso e posto sotto sequestro?

Attualmente, a partire dalla fine del mese di agosto, la provincia è stata nuovamente coinvolta nell’accoglienza degli immigrati, questa volta però si è trattato di ospitare dei richiedenti asilo, di persone in fuga dalla Libia, quindi si tratta principalmente di cittadini dei paesi sub sahariani che vivevano e lavoravano lì e di profughi del Corno d’Africa. Questa volta però le persone sono state ospitate sia all’interno di strutture della Caritas, già dedicate all’accoglienza sia in alberghi, sparsi per la provincia, tra cui anche uno al centro di Caserta, a pochi minuti dalla Reggia.

Anche in questi contesti agli ospiti sono stati dati soltanto i servizi essenziali, ovvero vitto ed alloggio, qualche indumento e lo stretto necessario per l’igiene personale. Tutti gli altri servizi previsti dalla legge, anche in questo caso sono stati demandati alla buona volontà del tessuto sociale come il sindacato, le associazioni e singoli volontari. Queste si sono attivate nel realizzare dei corsi di lingua italiana, nel facilitare l’accesso alle strutture socio-sanitarie, nel fornire loro tutte le informazioni riguardanti le procedure relative alla richiesta d’asilo e nella preparazione per l’audizione con le Commissioni Territoriali.      

4.1.3. La provincia di Salerno

Anche la verde provincia salernitana ospita diverse centinaia di richiedenti asilo. I luoghi dell’accoglienza non hanno coinvolto il capoluogo e le zone limitrofe, ma più che altro la zona della Piana del Sele e qualche comune del Cilento. Nel tratto iniziale della A3, a quasi ogni uscita ci sono strutture che ospitano immigrati scappati dalla Libia e dal Corno d’Africa.

Anche in questo territorio il copione si ripete, e ai rifugiati è garantito solo il vitto e l’alloggio. La differenza sta però nell’ente che gestisce l’accoglienza, che in questo caso è solo ed esclusivamente la Caritas, nella persona di Don Vincenzo Federico, parroco della diocesi di Teggiano-Policastro, insieme al suo staff di operatori. Questi hanno messo a disposizione le proprie strutture e competenze per accogliere i profughi dalla Libia, di concerto con gli albergatori locali ed i proprietari di diversi stabili.

Difatti è attraverso questi attori locali che ai profughi è stato garantito il vitto e l’alloggio, la possibilità di frequentare dei corsi di lingua italiana e di ricevere l’assistenza legale per la richiesta di protezione internazionale. Unitamente alla disponibilità ed alla curiosità della popolazione locale, che inizialmente ha offerto un aiuto materiale nell’organizzare l’accoglienza di queste persone, tranquillizzata dal fatto che, vivendo in luoghi isolati, non avrebbero dato loro fastidio.

Quindi anche nel salernitano è prevalsa l’autogestione locale ed anche qui, sono stati improvvisati dei centri per richiedenti asilo, senza però riuscire a garantire loro quanto previsto dalla legge, in termini di servizi, assistenza ed inserimento.  

Inoltre, come è stato sottolineato da diversi interlocutori, questa provincia si è già distinta per il suo spirito ospitale, in diverse forme. Infatti in molti hanno ricordato lo sgombero del “ghetto” di San Nicola Varco, nel 2008, che riversò molti magrebini proprio in queste terre, che trovarono accoglienza in strutture più o meno attrezzate, molte delle quali vengono riutilizzate oggi. Inoltre, anche in questa provincia erano già presenti dei centri di accoglienza per richiedenti asilo. In particolare proprio a Salerno esiste una struttura della rete SPRAR, gestita dal Arci ed un’altra, poco fuori città, in località Fuorni. Soltanto che da quando è stata dichiarata l’emergenza, le due strutture sono state del tutto ignorate e scavalcate dai “nuovi” centri di seconda accoglienza.

Il più grande centro della zona è quello che si trova all’uscita di Sicignano. Si tratta anche questa volta di un albergo, situato in una posizione decisamente isolata, lontano dal centro abitato, dai servizi e soprattutto senza nessuna rete di trasporti pubblici che lo colleghi ai comuni più grandi. Insomma sembra più che altro che gli immigrati siano ostaggi dell’accoglienza stessa. Questo centro, come la quasi totalità di quelli presenti nella provincia, è gestito dalla Caritas, che offre un corso di lingua italiana e l’ascolto legale. Per il resto del tempo queste persone sono completamente abbandonate a loro stesse. Non sanno per quanto tempo dovranno rimanere lì, né se riceveranno un titolo di soggiorno.

Inoltre non possono lavorare perché così prevede la legge, ma allo stesso tempo non potrebbero neanche trovare qualche occupazione temporanea in nero, visto il loro completo isolamento da ogni contatto umano, eccezion fatta per gli operatori. L’unico reale sbocco lavorativo che purtroppo si riesce a praticare, come ci è stato testimoniato da diversi intervistati, è quello della prostituzione. Infatti molti hanno urgenza di guadagnare, proprio perché devono finire di pagare il debito che hanno contratto con il viaggio per venire in Europa. Questo fenomeno tra l’altro, e come osserveremo in seguito, sembra essere comune a diversi centri in Italia e con il calar del sole, lungo le strade statali dove si affacciano queste strutture, sono molte le donne ospiti del centro costrette a prostituirsi.  

Altre strutture si trovano a Campagna, Sanza, Padula, Polla, Caggiano, località Galdo. Nella maggior parte dei casi i nuovi CARA sono alberghi, altre volte invece sono container, come a Galdo e Caggiano, o case messe a disposizione del comune, come a Polla. Anche queste sono zone da troppo tempo abbandonate, non solo dal turismo, ma dalla popolazione locale stessa, quindi queste strutture hanno accolto con grande entusiasmo la proposta del Governo di trasformarsi in centri di accoglienza, visto che sono previsti 40 euro al giorno per ciascun immigrato ospitato.

Osservando queste strutture e parlando con gli immigrati e con qualche restio operatore della Caritas, salta agli occhi ancora una volta il totale stato d’abbandono in cui versano gli ospiti, inoltre privati di tutti i diritti di cui secondo la legge dovrebbero beneficiare. Quindi fatta eccezione per il vitto e l’alloggio e per qualche sporadico corso di italiano, queste persone passano le loro giornate nella totale inattività, aspettando il colloquio con la commissione, in attesa di vedersi riconosciuto lo stato d’asilo, credendo che una volta ottenuto il permesso, riceveranno anche un lavoro ed un’abitazione, ma nessuno spiega loro che in Italia, anche con il titolo di soggiorno, la vita è molto difficile.

4.1.4. La provincia di Avellino

Nell’avellinese i primi richiedenti asilo sono arrivati nel mese di maggio. Anche qui le strutture coinvolte nell’accoglienza sono stati degli alberghi. In particolare la zona è caratterizzata da diversi alberghi di lusso, a quattro stelle, usati più che altro per ricevimenti e conferenze.

Le prime località coinvolte sono state, il comune di Ariano Irpino e quello di Vendicano. In questa provincia è la Croce Rossa ad avere un ruolo di primo piano, anche perché gli operatori della Protezione Civile qui non gli ha mai visti nessuno. La macchina dell’accoglienza però è partita solo grazie all’importante e quotidiano aiuto del sindacato, di alcune associazioni del territorio e di singoli volontari e curiosi.

Come hanno raccontato gli intervistati, il territorio non è stato affatto coinvolto nella fase preparatoria all’accoglienza ed all’improvviso, quasi come se si fosse trattato di un blitz, sono stati portati i richiedenti asilo, in queste lussuose strutture, all’insaputa di tutti. A partire dai sindaci, fino agli stessi responsabili locali della Croce Rossa. Quest’ultima in particolare, che opera a livello provinciale attraverso dei comitati locali, è stata contattata solo qualche tempo prima, per individuare quali fossero le prime necessità. Hanno effettuato, come meglio potevano, un primo screening di tutti gli ospiti, per capire quali fossero le loro condizioni fisiche. Dopo di che hanno cominciato ad operare autonomamente, senza nessuna direzione o linee guida. Agli immigrati hanno fornito quello che potevano, dall’assistenza medica e le medicine, anche grazie al contributo volontario delle farmacie locali; agli indumenti, con l’aiuto dei negozi di abbigliamento. Fino a comprar loro le tessere telefoniche internazionali. Tutto questo è stato possibile solo attraverso le donazioni della popolazione locale.

Quindi, anche qui come altrove, l’accoglienza gestita dal Ministero e dalla Protezione Civile ha previsto solo vitto ed alloggio, tutto il resto è stato demandato al caso ed alla buona volontà delle realtà sopracitate.

I corsi di lingua italiana sono tenuti dalle maestre delle scuole locali e da singoli volontari.

L’assistenza sanitaria è stata un’altra questione spinosa. Infatti nelle prime settimane degli arrivi, gli immigrati sono stati assistiti solo dalla Croce Rossa, che si reca nei luoghi di accoglienza una volta a settimana. Ma non hanno potuto usufruire del servizio sanitario nazionale perché non sono stati   individuati dei referenti nelle Asl locali, che per mesi sono state all’oscuro di tutto. Soltanto più tardi, dopo numerose pressioni per l’assenza di un’assistenza sanitaria strutturata, sono stati attivati dei protocolli operativi, che hanno fornito le linee guida per le Asl locali nel gestire questi nuovi utenti. Quindi anche in questo caso il servizio si è attivato solo in seguito a ripetute condanne e reclami.

L’inserimento lavorativo è un altro aspetto da evidenziare, visto che molti tra gli immigrati hanno necessità di trovare un’occupazione. Come è stato più volte evidenziato, la legge prevede che vengano attivati corsi di formazione professionale e di orientamento al lavoro, per i richiedenti asilo. In questo territorio, grazie all’iniziativa spontanea del sindacato, una volta conosciute le diverse professionalità degli immigrati (ci sono cuochi, camerieri, muratori) si sta cercando di attivare dei corsi di formazione e di coinvolgere la provincia ed i centri per l’impiego, per un inserimento lavorativo di queste persone che risponda alle esigenze del territorio. Anche perché nel corso dei mesi, più di una volta, aziende locali e privati, nel cercare la manodopera, si sono rivolti agli immigrati presenti negli alberghi. Il problema, come è stato ripetutamente spiegato dagli intervistati, è che non esiste un coordinamento provinciale o regionale, né tanto meno delle linee guida, stabilite a livello nazionale, che prevedano l’attivazione di meccanismi del genere. In realtà la legge prevede l’attivazione di percorsi volti a favorire l’inserimento lavorativo, ma il dichiarato stato d’emergenza umanitaria sembra aver fatto saltare tutta la rete preesistente dedicata all’accoglienza dei richiedenti asilo, coinvolgendo invece soggetti che fino ad ora non si sono mai occupati di queste tematiche e che non conoscono il quadro normativo di riferimento. All’atto pratico quindi quello che succede è che, attraverso una rete di conoscenze personali dei diversi attori locali, qualche immigrato trova un lavoro in nero. Come giardiniere, come tutto fare in un negozio di automobili, come muratore e chi anche come assistente familiare di un anziano.         

Questo totale stato d’abbandono degli immigrati e del territorio che li ospita, con il passare del tempo condurrà ad un vero e proprio scontro sociale. Alcuni degli attori locali intervistati hanno infatti offerto un’importante spunto di riflessione, che in buona parte si può riportare in altri territori di questo paese, che si trovano a condividere la stessa condizione.

Lo scontro è latente perché territori già fragili, con alti tassi di disoccupazione ed ulteriormente indeboliti dalla difficile condizione economica nazionale, hanno visto arrivare, all’improvviso, con la sorpresa di tutti, dagli amministratori locali ai cittadini, diverse centinaia di immigrati che sono stati ospitati all’interno di alberghi a quattro stelle. Questa organizzazione ha fatto sì che, dopo un’iniziale e spontaneo moto di ospitalità, a lungo andare la popolazione locale non capisse perché degli immigrati debbano dormire e mangiare in hotel lussuosi, quando loro non riescono a pagare il mutuo o a fare benzina all’automobile. In questo modo si innesta il tristemente noto meccanismo della guerra tra poveri, alimentato in questo caso dal razzismo e dalla xenofobia. Questo non si è ancora verificato, almeno qui nella provincia di Avellino, ma ci sono tutti gli elementi perché ciò possa accadere.

4.2. La Sicilia

La Trinacria è l’altra regione dove si è svolta l’indagine sul campo. In particolare in Sicilia, stando al piano per l’accoglienza, dovrebbero essere ospitati 4.093 immigrati e stando agli ultimi dati disponibili, fino ad oggi ne sono arrivati 2.251[75]. La scelta di questo territorio è abbastanza intuitiva, visto che rappresenta da sempre la terra d’approdo per tutti coloro che provengono via mare dal continente africano.

Nel corso di quest’anno, i diversi provvedimenti presi dal Governo ne hanno mutato notevolmente il paesaggio ed in parte il ruolo stesso dei territori. Qui di seguito verranno messe in evidenza le numerose contraddizioni e le difficoltà che accompagnano la gestione dell’accoglienza in Sicilia.

4.2.1. La provincia di Catania

Senza dubbio è proprio questa la provincia diventata simbolo dell’emergenza umanitaria dichiarata dal Governo. Difatti a 60 chilometri dal capoluogo, al centro della Piana di Catania, è stato allestito il più grande CARA dell’isola, con una capienza di oltre 2.000 posti, il Villaggio della Solidarietà di Mineo[76]

Questa struttura residenziale era preesistente, poiché fino al dicembre 2010 ha ospitato i militari statunitensi presenti nella base Nato di Sigonella, che si trova ad un decina di chilometri da lì ed è di proprietà della società di costruzioni Pizzarotti SPA. Il complesso residenziale è dotato di villette bifamiliari disposte su due piani ed è circondato da prati all’inglese, campi da golf e parco giochi per bambini. Nel corso degli ultimi anni i militari hanno progressivamente abbandonato il residence, in parte perché la loro presenza alla base militare è andata diminuendo, in parte perché molti hanno preferito andare a vivere nei centri abitati, come i comuni di Motta e Sant’Anastasia, anche perché la struttura, precedentemente chiamata il Villaggio degli aranci, si trova in una posizione isolata ad 11 chilometri dal centro abitato di Mineo, è una vera cattedrale nel deserto.

Il Dipartimento di difesa ha però deciso di rinnovare il contratto di affitto, che scade a fine marzo ed alla Pizzarotti SPA si presenta il problema di come pagare il mutuo. Allo stesso tempo il Governo deve risolvere l’emergenza degli arrivi di immigrati ed ha bisogno di spazi ampi e pronti da subito. Quindi, la riconversione del residence di Mineo in un CARA è sembrata la soluzione migliore per salvaguardare i diversi interessi, ma sicuramente non per affrontare realmente la gestione dell’accoglienza.

A metà febbraio il Ministero dell’Interno ed il Presidente del Consiglio, considerano sin da subito la possibilità di trasferire lì nell’immediato gli immigrati, dato anche che la struttura è già pronta e non necessita di interventi significativi. Lo stesso Presidente sottolinea come il residence di Mineo diventerà un vero e proprio modello ed offrirà un’accoglienza a cinque stelle. Inoltre, nell’accordo iniziale, al quale è presente anche il sindaco del comune di Mineo, viene stabilito che in questa struttura verranno portati, gradualmente fino a raggiungere le 2.000 unità, solo richiedenti asilo già presenti in altri CARA italiani. Nonostante le perplessità del Acnur, che non appoggia l’ingiustificata scelta del Ministero di trasferire delle persone da un territorio ad un altro, senza tener conto dei processi d’inserimento in corso, in un momento tra l’altro così delicato per l’emergenza in corso. Il progetto di riconversione comincia. Un mese dopo nel centro arrivano i primi immigrati.

Da questo momento in poi intorno al centro si articolano una serie di dinamiche e di contraddizioni che possono essere paradigmatiche di come il nuovo modello di accoglienza proposto dal Governo sia del tutto fallimentare, per i rifugiati prima di tutto e per il sistema d’asilo italiano nel suo complesso. Ma come allo stesso tempo serve ad alimentare i già presenti sistemi di illegalità e corruzione del territorio.

I primi ad arrivare sono stati i tunisini, circa un centinaio, appena sbarcati da Lampedusa. Le reazioni iniziali sono state molte dure, soprattutto da parte del sindaco di Mineo e degli altri amministratori dei Comuni del Calatino, che si sono visti traditi dal loro stesso gruppo politico, poiché non si trattava di richiedenti asilo già presenti in Italia, ma di immigrati economici appena arrivati. In questo modo quindi anche la stessa natura giuridica del centro è diventata ambigua, poiché da CARA è diventato un CDA. All’indignazione dei politici locali ha fatto eco quella della popolazione locale che temeva per la propria sicurezza.

Dall’altra parte c’erano gli immigrati, sconvolti ed ignari di dove fossero e di cosa stesse loro accadendo, ma consapevoli dell’astio che avevano intorno. Eccezion fatta per i rappresentati della Rete Antirazzista di Catania, che sin da subito hanno monitorato quello che stava succedendo dentro e fuori il residence. Ed è infatti proprio grazie alla presenza quotidiana e volontaria degli attivisti, che si sono potute conoscere le reali condizioni di vita delle persone nel centro.

Subito dopo la decisione di rilasciare un permesso di soggiorno a coloro che erano giunti in Italia tra il 1° gennaio e la mezzanotte del 5 aprile, il centro si è velocemente svuotato, anche perché molti avevano già tentato la fuga, percorrendo di notte la statale Catania-Gela, in direzione del capoluogo, per poi da lì prendere un treno. Queste persone però, anche se erano diventate regolari, non avevano soldi e non avevano un posto dove dormire e quindi a Catania per alcune settimane era facile incontrare gruppi di giovani tunisini abbandonati a loro stessi, anche in questo caso sostenuti unicamente dalla Rete Antirazzista. Una delle sue esponenti nel corso dell’intervista ha raccontato come soltanto grazie all’accordo preso dopo una lunga trattativa con le ferrovie dello Stato, questi ragazzi sono riusciti a prendere un treno, cercando di arrivare in Francia, in Belgio, o in Germania.

Dopo la partenza dei tunisini ed in seguito alle sentite proteste degli amministratori locali. In particolare del sindaco di Mineo, che ha scritto diverse volte al Ministro dell’Interno e al Commissario Straordinario, per protestare, contro i mancati patti rispetto all’uso della struttura, per il fatto che agli immigrati non vengono erogati i servizi previsti dalla legge, per le potenziali tensioni che potrebbero verificarsi fuori e dentro il centro e per l’ambiguità giuridica della struttura. Tant’è che, come hanno riportato diversi intervistati, attualmente esiste un decreto, che non è ancora mai stato pubblicato perché è ancora all’esame della Corte dei Conti, che stabilisce che la struttura di Mineo è un CARA-CDA.

Quindi il Villaggio della Solidarietà ospita sia i richiedenti asilo provenienti da altri CARA, che ovviamente non capiscono il senso del trasferimento, sia coloro appena fuggiti dalla Libia. I paesi più rappresentati sono l’Afganistan, il Pakistan, il Bangladesh, la Costa d’Avorio, la Nigeria, l’Eritrea ed il Sudan. Come è stato raccontato e testimoniato quotidianamente dalla Rete Antirazzista catanese, a queste persone manca tutto. Hanno garantiti soltanto l’alloggio ed i pasti, per i quali bisogna fare code lunghissime e la qualità è scadente, senza contare il fatto che non si è tenuto affatto conto della dieta alimentare di queste persone e delle tradizioni religiose. I corsi d’italiano risultano insufficienti, tant’è che spesso sono gli stessi attivisti che li procurano libri di grammatica e quaderni. Mentre i servizi di assistenza legale, di ascolto, di formazione professionale e di orientamento socio-lavorativo non sono ancora mai stati attivati. Esistono dei mediatori linguistico-culturali, ma il cui numero e la presenza giornaliera sono insufficienti per soddisfare le esigenze di tutti. Gli unici servizi attivati sin da subito sono stati la distribuzione di sigarette e delle schede telefoniche, che inizialmente, come hanno sottolineato diversi testimoni ed alcuni articoli di giornale[77], erano stati affidati in appalto ad un parente di un noto boss mafioso locale. Inoltre non esistono dei servizi di bus navette gratuiti per gli ospiti del centro, fatta eccezione per la rete di servizi di trasporto pubblico, che è a pagamento, ma queste persone non hanno soldi, poiché non hanno mai ricevuto il pocket money e quindi si possono spostare solo a piedi. Salgono a piedi per 11 chilometri, per raggiungere un po’ di vita, se di vita si può parlare in un comune abitato da meno di 5.000 persone. Anche l’assistenza sanitaria è praticamente inesistente e l’unico intervento è avvenuto da parte di Medici Senza Frontiere, che per soli tre mesi è riuscita a finanziare un sportello di assistenza medica e psichiatrica.

A partire da maggio fino ad oggi, gli immigrati hanno organizzato diverse proteste, attraverso il blocco della Catania-Gela con presidii davanti al centro ed diffondendo alcuni comunicati di cui spiegavano le loro richieste. Questi infatti, oltre a voler migliori condizioni di vita e l’attivazione di tutti i servizi previsti dalla legge sull’asilo, hanno chiesto soprattutto risposte rispetto alla loro condizione giuridica, visto che la Commissione competente, quella di Siracusa, non aveva ancora cominciato le audizioni, dopo tre mesi e più che si trovavano prigionieri nei centri. Sì, è vero un richiedente asilo può entrare ed uscire da un CARA, ma quello di Mineo è isolato, al centro della Piana di Catania, caldissima d’estate e con temperature molto basse d’inverno, e se non si possiede un mezzo di trasporto proprio non si raggiunge nessun centro abitato a piedi.

In uno scenario del genere le possibilità di lavorare, anche in nero, sono nulle, data la totale assenza di contatti con la popolazione locale, mentre per il lavoro nelle campagne, come la raccolta delle arance, è sufficiente la manodopera già presente nel territorio. Così, qui come altrove, l’unica attività lavorativa possibile è quella della prostituzione e sfortunatamente diversi intervistati hanno confermato l’esistenza di questo fenomeno, per cui le ospiti del centro finiscono per alimentare l’unico mercato, da tempo presente lungo la statale Catania-Gela e nelle strade limitrofe.

Dal canto loro, i diversi attori locali, con l’arrivo dei richiedenti asilo, hanno cambiato atteggiamento rispetto alla presenza del centro e ne hanno subito colto il grande potenziale economico che poteva rappresentare. La gara d’appalto per la gestione dei servizi del centro è stata vinta dal Consorzio Sisifo[78], che è lo stesso che gestisce diversi centri per immigrati in Italia, tra cui quello di Lampedusa. Insomma, a quel punto il residence Mineo è diventato una fonte di sviluppo e di arricchimento per il territorio, offrendo una possibilità occupazionale per molti residenti ed acquistando un ruolo positivo nelle campagne elettorali e nei piani delle politiche locali.

4.2.2. La provincia di Caltanissetta

Un’altra provincia protagonista, sempre in negativo, dell’accoglienza degli immigrati, è stata quella di Caltanissetta, nel centro dell’Isola. Il capoluogo è abituato alla presenza degli immigrati, richiedenti asilo e non, poiché, a circa 4 chilometri dal centro della città in località Pian del Lago, alla fine degli anni ’90 è stata aperta una struttura molto peculiare, cosiddetta polifunzionale, che al suo interno ospita un CIE, un CARA ed un CPSA, con una capienza di 500 posti. Questa organizzazione del centro è stata contestata sin dalla sua creazione, come è stato raccontato da alcuni avvocati del Asgi[79] intervistati, soprattutto perché le persone di ogni singola struttura sono sottoposte a leggi molte differenti e la convivenza forzata può accendere lo scontro. 

Allo stesso tempo questo territorio ha costruito un rapporto con gli immigrati presenti, soprattutto la precedente amministrazione, mettendo a disposizione dei richiedenti asilo due strutture dentro la città che fornivano vitto ed alloggio, gestite da organizzazioni ecclesiastiche. È stato anche attivato un progetto della rete SPRAR, che purtroppo da un paio d’anni, con il cambio della giunta comunale, non è stato rinnovato. Quindi il capoluogo, come hanno raccontato diversi testimoni, ha sviluppato negli anni delle efficaci pratiche di accoglienza che hanno sempre funzionato, difatti non si sono mai registrati episodi di tensione tra la popolazione locale e gli immigrati.

L’emergenza di quest’anno ha mutato in parte lo scenario, e come hanno detto gli intervistati, il clima di convivenza sembra oramai un ricordo. Questo cambio di rotta si è notato con i primi arrivi dei tunisini a marzo. In circa 500, da Lampedusa sono stati portati qui, con enorme disappunto dell’attuale sindaco, che ha notevolmente contribuito ad alimentare un clima di astio nei loro confronti. Anche qui si è ripetuto lo stesso copione, fino a quando non è stato concesso loro il permesso provvisorio, i tunisini hanno condotto numerosi sit-in di protesta davanti alla questura. Una volta ottenuto il documento, hanno abbandonato Caltanissetta, anche perché, oltre per la forte ostilità di una parte dei residenti, qui le possibilità di inserimento occupazionale sono praticamente nulle.

I tunisini hanno poi lasciato spazio ai richiedenti asilo, che ancora oggi si trovano nel centro. Questi hanno raccontato che vivono in condizioni semplicemente disumane. Ammassati in dieci persone, dentro delle tende. Con i servizi igenici esterni, quasi sempre sporchi, anche perché l’acqua scarseggia. Il cibo poi è di pessima qualità e molto spesso sono costretti a buttarlo perché ha un cattivo odore. Inoltre sono del tutto assenti tutti gli altri servizi previsti dalla legge ed in questo modo il degrado non è solo fisico, ma anche psichico. Questi racconti ed i loro sguardi fanno sussultare ed arrabbiare, soprattutto se si considera il fatto che queste strutture esistono da oltre 10 anni e dovrebbero avere un sistema di funzionamento oramai collaudato. Inoltre l’ingresso è interdetto a chiunque, anche agli avvocati, che ogni giorno devono combattere con le restrizioni arbitrarie a cui vengono soggetti questi centri ed i loro ospiti. Come è stato già osservato, la possibilità di trovate un lavoro diventa un miraggio, eccezion fatta, anche in questo caso, per il fenomeno della prostituzione, che purtroppo coinvolge le immigrate dentro e fuori il centro.

4.2.3. La provincia di Trapani

Questa provincia ha un lungo rapporto con i centri d’accoglienza e di detenzione. Di accoglienza perché è oramai nota la comunità magrebina, in particolare di tunisini, che da decenni vive nella provincia. Simbolo di questo storico rapporto è il comune di Mazara del Vallo, dove da oltre trent’anni convivono insieme autoctoni e non. Di detenzione perché Trapani è la città con il più alto numero di centri per immigrati di tutta Italia.     

Intorno a questi centri gravitano numerose cooperative, che fanno tutte riferimento alla Caritas. A questo proposito è interessante sottolineare come quella di Trapani sia l’unica Caritas in Italia che non ha aderito al documento di tutte le Caritas diocesane, che prevede che quest’ultime non possono gestire centri di detenzione per immigrati[80].

Tutti i centri del capoluogo sono stati coinvolti nell’emergenza e ne sono stati costruiti anche di nuovi. Prima di tutto però è importante fare una distinzione tra le strutture per gli immigrati irregolari e quelle per i richiedenti asilo.

Tra le prime ricordiamo il Serraino Vulpitta[81], uno dei primi centri di detenzione per immigrati aperto in Italia. Questa struttura è molto particolare, è stata sede di un ex ospedale geriatrico e nel 1999 una parte venne convertita in quello che oggi è un CIE, mentre la parte restante è diventata una casa di risposo per anziani. L’altra peculiarità è che si trova proprio nel centro della città. Quindi ogni volta che ci sono delle rivolte interne o dei tentativi di fuga, la polizia per intervenire chiude tutte le strade intorno, arrivando a bloccare la circolazione di tutta la città. Questa struttura però nel corso di quest’anno non è stata coinvolta nel trattenimento dei tunisini e di altri immigrati irregolari, visto che nel territorio è appena sorto un nuovo CIE, quello di Milo.

Il centro di Milo è stato aperto a luglio, si trova sulla base di un’ex struttura aeroportuale militare. A tal proposito si ricorda che l’intera zona è sede di ex aeroporti militari, come quello dove è sorto il CIET di Kinisia (che verrà descritto più avanti), o come quello di Birgi, tutt’ora in funzione, per metà ad uso militare e per metà ad uso civile. La struttura di contrada Milo sembra un carcere di massima sicurezza, osservandone le alte mura di cemento che lo circondano e le gabbie al suo interno. Può ospitare un massimo di 200 persone e si trova in campagna, ma vicino ad una zona abitata. Venne progettato per la prima volta 9 anni fa, ideato dal sentore D’Alì, come Villaggio dell’accoglienza. Sembra che sia costato 7 milioni di euro e la sua apertura è stata ritardata perché si scoprì che gli impianti fognari non erano a norma[82]. Ma a luglio di quest’anno, in occasione del dichiarato stato d’emergenza, è stato inaugurato. Come raccontano gli intervistati e le cronache di quei giorni, i primi ospiti sono stati 50 tunisini, che dopo un paio di giorni sono riusciti a scappare. Ad oggi il centro continua ad ospitare tutti coloro che al loro ingresso in Italia sono ritenuti irregolari, in attesa di un’espulsione altrettanto irregolare.

Allo stesso tempo però questa struttura, come molte altre in Italia, rappresenta l’unica possibilità occupazionale di molti giovani locali. Per cui si produce un macabro meccanismo dove, per diversi giovani italiani, soprattutto nelle zone economicamente più depresse del Sud del paese, una delle poche occasioni d’inserimento lavorativo, è quella di diventare i carcerieri di ragazzi a loro coetanei.  

L’altro luogo detentivo del territorio si trova a Kinisia, ex aeroporto militare, nei pressi di Trapani, a circa 10 chilometri, isolato e nascosto. Questo è stato uno dei primi siti dove il Governo ha fatto sorgere una struttura d’emergenza, una tendopoli, con una capienza di circa 700 posti. Anche la sua nascita è stata accompagnata da diverse polemiche. Prima di tutto da parte del sindaco e della popolazione locale, che hanno visto sorgere il campo senza essere coinvolti e ricevere nessun preavviso. Poi anche da parte del parlamentare Jean Touadì, che dopo aver visitato il centro né ha chiesta l’immediata chiusura, date le condizioni disumane in cui erano costretti gli immigrati. A ciò si aggiunge l’incertezza rispetto alla sua natura giuridica. Inizialmente è stato pensato come un centro di prima accoglienza, solo per effettuare le identificazioni (CDA), ma nell’uso quotidiano si è rivelato più che altro un luogo di detenzione, questo è stato poi confermato dall’ordinanza, che lo ha dichiarato CIET[83].

Attualmente, dopo un periodo di chiusura durante l’estate, il centro è stato riaperto e continua ad accogliere diverse centinaia di immigrati, per lo più detenuti in modo irregolare, visto che per nessuno di loro il giudice di pace ha notificato il trattenimento oltre le 48 ore. Le condizioni di vita ed igenico-sanitarie non sono affatto migliorate e l’unica novità sta nel fatto che adesso la gestione del centro non è più della Prefettura, ma è della Protezione Civile. 

Nella provincia c’è anche un CARA, situato a Salina Grande, in una posizione isolata. Durante i primi mesi dell’anno, a dimostrare ancora una volta la inadeguata gestione dell’accoglienza, una parte di questa struttura, la palestra, è stata adibita a CIE, per accogliere dei tunisini. La convivenza forzata di persone soggette a diversi provvedimenti, unita al sovraffollamento del centro, ha prodotto una costante tensione tra gli ospiti, che molto spessa si è tradotta in risse e rivolte. Attualmente nel CARA ci sono soprattutto cittadini sub sahariani, fuggiti o costretti a fuggire dalla Libia, molti, come loro stessi hanno raccontato, hanno già avuto l’audizione con la Commissione territoriale di Trapani e nella maggior parte dei casi hanno ricevuto il permesso per motivi umanitari. Solo che adesso non sanno cosa fare e dove andare, visto che tra un po’ saranno costretti a lasciare il centro, e nessuno ha fornito loro le informazioni e gli strumenti necessari per ottenere un lavoro ed un alloggio. Durante questi mesi hanno vissuto isolati e si sono spostati con difficoltà, in bicicletta o a piedi, dato che non ci sono trasporti pubblici. Ogni tanto sono riusciti a raggiungere il centro di Trapani, alla ricerca di un lavoro, ma hanno solo trovato un clima molto ostile, non solo da parte degli italiani, ma anche da parte degli altri immigrati stessi, che qui vivono da anni. Tale avversità nasce dal fatto che in passato è accaduto che, ogni volta che accadeva qualche rivolta nel centro, i secondi a pagarne le conseguenze erano proprio loro, gli stanziali. Un meccanismo di ritorsione, dato che sono comunque stranieri.

Comunque in questa provincia l’unica possibilità che qualcuno ha di trovare lavoro è nelle campagne intorno ad Alcamo e a Marsala. Si tratta di lavoro esclusivamente in nero – anche perché questi lavoratori spesso non hanno un permesso di soggiorno – nelle vigne, durante il periodo della vendemmia (agosto/settembre) anche se qualcuno riesce a lavorare  anche nelle serre per tutto l’anno. Generalmente gli immigrati lavorano per 12 ore al giorno, ed il vitto e l’alloggio, che spesso è rappresentato da vecchi ruderi abbandonati dove dormono per terra in una cinquantina circa, sono forniti, previo pagamento, dal caporale, che media tutto il rapporto con il datore di lavoro. Quest’ultimo di norma paga i braccianti a fine lavoro, ma spesso accade che appena finita la stagione, questo vada a denunciare alla polizia la presenza di lavoratori irregolari, che quindi finiscono nei centri di detenzione.

Tutte le strutture del trapanese sono gestite dalla Connecting People[84], uno dei più noti consorzi di cooperative che si occupa di fornire servizi nei centri per immigrati, che tra l’altro ha origini proprio qui, nel trapanese, dalla fusione tra la cooperativa Insieme e la cooperativa Badia Grande, che insieme controllano tutti i centri per immigrati presenti in provincia.

Oltre a queste grandi centri, nella provincia sono presenti altre strutture più piccole dedicate all’accoglienza. Molte si trovano proprio dentro la città, altre ancora un po’ fuori, come quella situata a Valderice, che ospita minori non accompagnati. Così come a Bonagia, località sul mare, dove c’è una struttura, inizialmente destinata ad ospitare i membri della base militare di Birgi, è stata invece improvvisamente destinata ad ospitare circa un centinaio di immigrati, che versano in condizioni di totale abbandono ed isolamento rispetto al resto del territorio, con servizi scandenti ed un mediatore linguistico-culturale presente una sola volta a settimana.

Infine, anche qui sono presenti da tempo dei progetti della rete SPRAR. Uno è proprio nel centro della città di Trapani, mentre l’altro si trova a Marsala, ma anche qui le strutture del Servizio Centrale sono state ignorate.

4.2.4. La provincia di Agrigento

Quella di Agrigento è stata senza dubbio la provincia maggiormente monitorata e raccontata nel corso di quest’anno, proprio perché al suo interno rientra l’isola di Lampedusa, simbolo in discusso degli sbarchi e dell’emergenza di quest’anno e non solo.

Dalla fine degli anni ’90 sull’isola è presente un centro che inizialmente è stato utilizzato come centro di trattenimento. Dopo qualche anno però, dato il significativo afflusso di arrivi sull’isola, il centro è stato riconvertito in CSPA, per essere utilizzato soprattutto come centro di smistamento degli immigrati, da indirizzare poi in altre strutture.

La gestione della struttura, come è stato già osservato, è affidata alla Connecting People ed inoltre, a partire dal 2006, è stata sottoscritta una convenzione con Oim, Acnur e Save the Children, per attivare un presidio permanente all’interno del centro, che fornisca attività di supporto informativo legale alle diverse tipologie di ospiti, siano essi immigrati economici, richiedenti asilo o minori. Questo progetto è stato rinnovato negli anni successivi fino ad oggi[85].

Da i primi mesi dell’anno Lampedusa è stata al centro di numerose polemiche e scontri. Senza entrare nel dettaglio degli eventi che si sono susseguiti sull’isola, tra l’altro puntualmente descritti da diversi giornalisti free lance, si possono individuare dei momenti fondamentali.

La fase iniziale, è stata caratterizzata da una sorta di emergenza forzata, ovvero il Governo e le organizzazioni preposte sono state colte da un improvviso immobilismo, che ha portato a far sì che la struttura di Contrada Imbriacola, che può contenere poco più di 800 persone, è stata sovraccaricata e nel giro di qualche settimana l’intera isola è arrivata ad accogliere circa 5.000 immigrati, in prevalenza abbandonati al porto, sotto l’indignazione e la sorpresa della popolazione locale e della stampa italiana ed estera.

A quel punto si è entrati nella seconda fase, per cui, in tutta fretta, l’isola è stata svuotata da queste persone, che sono state distribuite in diverse strutture semi detentive in tutta Italia, primo fra tutti il centro di Mineo.

Nella terza fase si è cercato di mantenere lo status quo, per cui gli immigrati che vi sbarcavano sono stati portati immediatamente altrove, con navi ed aerei, anche perché il CPSA era pieno ed a sua volta si era trasformato in un CIE, visto che al suo interno vi erano detenuti illegalmente da diversi mesi centinaia di tunisini.

A fine settembre questa situazione è naturalmente esplosa, attraverso una grande rivolta nel centro, che ha portato alla sua distruzione in seguito ad un imponente incendio. Attualmente a Lampedusa non esiste nessuna nuova struttura di accoglienza e/o detenzione ed il Governo ha dichiarato che il porto in questione non è più una zona sicura, destabilizzando notevolmente non solo le condizioni dell’isola stessa, ma del resto della Sicilia e delle altre regioni del Meridione, che sono state costrette ad accogliere i tunisini cacciati da Lampedusa. Questi inizialmente sono stati trattenuti all’interno di alcune navi, nei porti di Palermo e di Porto Empedocle, in quelli che in molti hanno definito dei CIE, delle prigioni, galleggianti, l’ennesima indegna idea del Governo in materia di accoglienza.

Fortunatamente accanto a questa irresponsabile gestione degli sbarchi, sin da subito nell’isola si è realizzata una rete volontaria, nota come campagna Welcome. Indietro non si torna, che ha costantemente monitorando quello che accadeva sull’isola, prendendo contatti con gli immigrati e la popolazione locale ed offrendo un costante aiuto materiale con la loro presenza. Infine, un’altra importante iniziativa è stata effettuata dalla Cgil, che dopo 10 anni ha riaperto la camera del lavoro presente nell’isola, più che altro per fornire un supporto logistico nel gestire l’accoglienza e nel fornire informazioni agli immigrati, con l’ausilio di mediatori linguistico-culturali ed avvocati. 

4.2.5. Le altre provincie siciliane

Anche nel resto del territorio siciliano si sono andate sviluppando diverse modalità d’accoglienza per i rifugiati, e di detenzione per gli immigrati economici.

Da una parte infatti, anche qui come altrove, si sta diffondendo la pratica di trasformare strutture di diversa natura, come ex caserme, alberghi, scuole, asili, in centri di accoglienza per richiedenti asilo. La Protezione Civile, che rappresenta l’ente attuatore in Sicilia come nel resto d’Italia, dopo la firma del protocollo per rendere operativo il piano d’accoglienza, ha il totale controllo del territorio. Possiede una mappatura di tutte le strutture disponibili per la futura accoglienza degli immigrati, con le quali prende i contatti al momento del bisogno, dopo di che l’erogazione dei servizi viene affidata ad una cooperativa, che gestisce il denaro messo a disposizione per ogni richiedente asilo, fornendo loro i servizi previsti dalla legge, ma come stato osservato, nella maggioranza dei casi questi non vengono affatto erogati. Se si tratta di un albergo o di un agriturismo, i gestori mettono a disposizione solamente il vitto e l’alloggio. Secondo la legge però una struttura, per convertirsi in un centro di accoglienza, dovrebbe partecipare ad una gara d’appalto, ma dato lo stato emergenziale è stato stabilito di procedere in modo differente. A titolo di esempio si ricorda il centro ad Aidone, un piccolo comune arroccato, in provincia di Enna, dove sono state coinvolte delle strutture alberghiere mai utilizzate per il turismo. Così come due agriturismi a Piazza Armerina. In provincia di Palermo invece sono stati segnalati altri nuovi centri a Piana degli Albanesi e a Milazzo.

Come è stato riportato da diversi intervistati, inizialmente questi luoghi di accoglienza dovevano svolgere la funzione di strutture ponte, nelle quali avveniva soltanto la prima identificazione degli immigrati, che poi sarebbero stati trasferiti negli altri CARA, come il Mineo, sono state pensate dunque per alleggerire il sovraffollamento all’interno dei suddetti CARA. Nella realtà sin dal principio queste strutture ponte sono state utilizzate come centri per richiedenti asilo, pur non avendone la capacità giuridica ed i servizi necessari, Ma sicuramente rappresentando una ricca fonte di ripresa economica e di guadagno per numerosi albergatori e per alcune cooperative sociali.

Sono invece rimasti completamente tagliati fuori dalla gestione dell’accoglienza e dai cospicui finanziamenti elargiti per questa, tutta le rete dei progetti dello SPRAR, da anni attivi in diverse provincie siciliane, così come una consistente porzione di associazioni territoriali, che da molto tempo si dedicano esclusivamente ai rifugiati.

Anche rispetto alla detenzione degli immigrati irregolari, che nella fattispecie di questa emergenza sono rappresentati dai tunisini, hanno preso piede nuove pratiche, decisamente discutibili. Esempio per tutti è quello che è accaduto nel porto di Pozzallo, in provincia di Ragusa. Qui infatti da diversi anni esiste un hangar che funziona da CPSA, proprio come quello che si trova a Lampedusa, quindi qui le persone vengono identificate e smistate in altri centri e secondo la legge possono essere trattenute non oltre le 48 ore, a meno che non ci sia un parere diverso del giudice di pace.

Nel corso di quest’anno, per le diverse centinaia di immigrati che sono stati portati a Pozzallo, la legge è stata ignorata ed il limite temporale per il trattenimento è stato ampiamente superato, diventando di fatto un CIE. Infatti i magrebini, i sub sahariani e coloro che provengono dal Corno d’Africa, sono stati costretti per quasi due mesi nell’hangar, prima di essere mandati in un CARA, nel migliore dei casi, o rimpatriati con gli aerei da Catania quando andava male. Le condizioni di vita nel centro di Pozzallo sono semplicemente disumane, sia per la natura stessa del centro, luogo di passaggio e non attrezzato per i lunghi soggiorni sia per il sovrannumero di persone costrette a vivere al suo interno. Ovviamente anche qui si è assistito a diverse rivolte da parte dei detenuti, soprattutto quando è stato chiaro che la maggioranza di loro sarebbe stata rimpatriata. La prima grande protesta è scoppiata a fine agosto ed ha portato alla fuga di 54 tunisini[86].

Altre strutture illegali ed anticostituzionali, come questa del ragusano, sono sorte a Porto Empedocle e a Pantelleria. In particolare nell’isola per l’accoglienza degli immigrati che vi sbarcavano, è stata attrezzata la caserma Baroné, e questa in poche settimane, senza nessuna convalida o decreto, si è trasformata in una sorta di carcere, abitato soprattutto da tunisini, che anche in questo caso non hanno mai ricevuto l’intervento e la convalida per il trattenimento da parte del giudice di pace. E, come è stato riportato nel corso delle interviste, lo stesso sindaco ne ha chiesto l’immediata chiusura.      

4.3. L’accoglienza in Italia nel 2011: cosa è accaduto e cosa sta

       accadendo.

Nell’aver tracciato le linee generali e particolari di quello che è in corso quest’anno in Italia rispetto all’accoglienza degli immigrati, emergono chiaramente quali sono le irregolarità e le debolezze del sistema attuale.

Prima di tutto l’operato del Governo ha prodotto, materialmente ed attraverso l’informazione delle immagini, uno stato d’emergenza, non soltanto sulla carta ed attraverso le successive disposizioni, ma anche nella mentalità della gente, dagli amministratori locali alla popolazione tutta, andando ad alimentare sentimenti di xenofobia e razzismo.  

In secondo luogo, sempre utilizzando la condizione emergenziale attraverso decreti ed ordinanze lampo, negli ultimi mesi il Governo ha inaugurato numerose nuove strutture detentive, in alcuni casi dichiarate temporanee, ma che molto probabilmente, come si è sentito più volte ipotizzare, resteranno aperte ed in uso anche una volta finita la cosiddetta emergenza. Sta quindi prendendo piede, in maniera nascosta, il progetto, più di una volta annunciato dal Ministro dell’Interno, di creare un CIE in ogni regione d’Italia. Inoltre, a marzo di quest’anno, è stato reso noto dove verranno posti i 13 nuovi CIE necessari per fronteggiare l’emergenza sbarchi e difatti la maggior parte risultano situati nelle regioni che ne sono momentaneamente sprovviste[87]. Questo passaggio conferma ancora una volta come il Governo consideri l’immigrazione verso l’Italia un fenomeno da arginare e reprimere.

Inoltre l’operato del Governo nel corso di questi mesi ha scaturito numerose reazioni e proteste. Non solo da parte degli immigrati, che mai come quest’anno hanno dimostrato di non voler vivere in uno stato detentivo, senza tra l’altro aver commesso alcun reato, innestando numerose rivolte che hanno coinvolto la maggioranza delle strutture dove sono rinchiusi, da Torino a Lampedusa, da Ventimiglia a Mineo[88]

Ma la protesta si è levata anche tra molti amministratori locali – che spesso appartengono allo stesso schieramento politico del Governo – contro la modalità approssimativa, ambigua e poco responsabile, con cui è stata gestita l’emergenza degli arrivi di immigrati nei diversi territori del paese. Questi  infatti hanno più volte denunciato di essere stati informati in tempi troppo brevi rispetto all’apertura di nuovi centri nei territori di loro competenza; di aver ricevuto determinate rassicurazioni dai rappresentanti istituzionali (sia rispetto al tipo di immigrati che avrebbero dovuto ospitare, ovvero se si trattasse di immigrati economici irregolari o richiedenti asilo, sia rispetto al numero) ma che all’atto pratico tali accordi non sono mai stati rispettati e quindi i territori sono stati colti impreparati; di non aver avuto a disposizione una presenza adeguata di personale preparato per l’accoglienza di richiedenti asilo; di segnalare forti carenze igenico-sanitarie e dei servizi previsti per le strutture dedicate all’accoglienza, che versano quindi in uno stato di totale abbandono.

Queste modalità d’accoglienza, direttamente o indirettamente, hanno anche coinvolto la popolazione locale, che in diverse occasioni ha dimostrato la propria rabbia. Questa rabbia però non è stata indirizzata solamente contro gli immigrati, facile bersaglio anche grazie alla propaganda xenofoba del Governo, ma molto spesso è stata rivolta proprio verso quest’ultimo. Gli abitanti dei territori coinvolti infatti hanno più volte denunciato come le istituzioni li avessero abbandonati, dovendo convivere con persone fragili, a loro volta abbandonate a loro stesse. Non va però dimenticata un’altra parte della popolazione che a questo scempio dei diritti fondamentali ha deciso di reagire, organizzando su tutto il territorio nazionale una rete di sostegno e monitoraggio dell’accoglienza degli immigrati. Non soltanto attraverso azioni di solidarietà, ma anche cercando di informare gli immigrati stessi dei propri diritti ed effettuando un continuo monitoraggio su quello che accade nelle diverse parti del paese.   

Per molti invece l’arrivo dei richiedenti asilo ha rappresentato una possibile fonte di guadagno e di ripresa economica. Basti pensare infatti ai numerosi gestori di alberghi e di strutture turistiche, che hanno evitato la chiusura definitiva proprio grazie alla possibilità di riconvertire i propri stabili in centri di accoglienza per rifugiati, ricevendo consistenti finanziamenti per la fornitura di vitto ed alloggio. Così come le numerose cooperative ed organizzazioni – religiose e laiche – che da sempre gestiscono i servizi all’interno di questi centri e quindi con l’emergenza degli arrivi hanno visto incrementare notevolmente le proprie attività e le proprie entrate. 

Di contro, l’attuale sistema nazionale per l’accoglienza dei richiedenti asilo, lo SPRAR e l’insieme delle numerose organizzazioni ed enti con cui opera, sono stati ulteriormente indeboliti, poiché tutta le rete preesistente è stata scavalcata  dal “nuovo modello d’accoglienza” ideato e gestito dal Ministero dell’Interno e dalla Protezione Civile. Quindi, oltre a verificarsi un cospicuo spreco di risorse e di competenze acquisite nel corso degli anni, le prime vittime di questo cambiamento sono stati gli stessi richiedenti asilo, ai quali è stata preclusa la possibilità di essere inseriti in percorsi virtuosi, volti a favorire il loro inserimento socio-lavorativo.

Le nuove prassi messe in atto dal Governo stanno portando anche a ledere il diritto d’asilo. Infatti, secondo le leggi vigenti, in Italia chiunque può fare richiesta di protezione internazionale, salvo poi dimostrare e giustificare i timori della persecuzione e dell’allontanamento dal paese di provenienza davanti ad una Commissione territoriale, ma nel 2011 sembra che questo diritto venga garantito solo ad alcuni. Difatti accade che possono fare richiesta d’asilo solo coloro che provengono dalla Libia e si tratta in prevalenza di cittadini dei paesi dell’Africa sub sahariana. Questi vengono quindi inviati nei CARA, o nelle strutture presunte tali, dove tra l’altro non beneficiano dell’insieme dei servizi previsti dalla legge.

Mentre questa possibilità è stata negata a priori ai cittadini dei paesi nordafricani, che sono stati tutti mandati nei CIE. Nella maggior parte dei casi la loro detenzione nei CIE è irregolare, poiché il loro trattenimento all’interno di queste strutture non è mai stato convalidato da un giudice di pace, come è invece previsto dalla procedura. 

Una dura critica va mossa anche contro l’istituzione del permesso provvisorio per motivi umanitari, rilasciato dalle autorità italiane soltanto ai cittadini dei paesi del Nord Africa che sono giunti in Italia tra il 1° gennaio e la mezzanotte del 5 aprile. Infatti questo provvedimento ha di fatto introdotto una pratica discriminatoria che, oltre a non essere stata approvata dalla Commissione Europea e dai singoli paesi membri, come la Francia che attraverso una circolare[89] ha posto precise e dure condizioni per l’ingresso dei tunisini nel proprio paese. Ha anche contributo ad aumentare il clima di tensione, già alto, all’interno dei centri stessi, poiché molti immigrati, già presenti all’interno di queste strutture, non hanno capito la differenza di trattamento tra loro ed i “nuovi arrivati”, e questo ha portato allo scoppio di numerose rivolte[90]. Inoltre ai beneficiari di questo titolo provvisorio, non è stata garantita nessuna forma di assistenza o di orientamento ai servizi. Quindi in breve tempo oltre 10.000 tunisini si sono trovati liberi di circolare, ma senza nessun sostegno economico (in certi casi – come è stato osservato nell’indagine – non è stato offerto loro neanche il biglietto del treno per lasciare l’Italia) o un posto dove dormire, confidando soltanto nell’auto-organizzazione delle reti di supporto che sono nate intorno agli immigrati nel corso dell’anno.

Alla condizione incostituzionale nei CIE, fa eco l’altra grande questione delle espulsioni. Come è stato già osservato questo fenomeno non è l’oggetto principale dell’indagine, ma ne è stato fatto comunque cenno. Oltre infatti alla totale arbitrarietà e discrezionalità con la quale sono stati gestiti i rimpatri, questi hanno anche dei costi incredibili  – così come d’altronde il mantenimento degli immigrati all’interno dei CIE. A tal proposito è stato possibile consultare il rapporto annuale di Frontex del 2010[91], nel quale sono consultabili diversi dati: i paesi verso i quali avviene il rimpatrio forzato, il paese da cui parte il volo, i paesi che partecipano all’operazione, i costi materiali ed il numero di persone espulse. Emerge un quadro preoccupante, infatti i costi sono altissimi ed in media si stima che l’Unione Europea ogni anno stanzia quasi 10 milioni di euro, per effettuare 2.000 rimpatri. In particolare l’Italia partecipa alle pratiche di espulsione, utilizzando dei voli charter, soprattutto verso il Camerun e la Nigeria. Ma i costi che vengono specificatamente sostenuti dal nostro paese per queste operazioni ad oggi non sono consultabili.     

5. Conclusioni: quali scenari per il futuro?

Attraverso la breve analisi offerta delle vicende di questi ultimi mesi, si sono andati affermando alcuni fenomeni, che andrebbero sconfitti ed arginati. Primo fra tutti il fatto che in Italia si sta assistendo ad una sistematica violazione del diritto d’asilo da parte del Governo che ha operato attraverso provvedimenti straordinari, dimenticando il tessuto preesistente.

Dopo di che vanno denunciate ed eliminate le condizioni disumane in cui sono costretti tutti coloro che a partire da quest’anno hanno fatto richiesta d’asilo in Italia. Sia da un punto di vista igenico-sanitario sia rispetto al sistema di diritti e di servizi.

Infine non va dimenticato che le nuove scelte e disposizioni con cui è stata affrontata l’accoglienza hanno favorito l’affermarsi di un esteso ed illecito giro d’affari all’interno di diversi territori, proprio attraverso la creazione e la gestione di questi nuovi centri di accoglienza.

Si evince chiaramente come il Governo italiano – non soltanto quest’anno – intenda il fenomeno migratorio esclusivamente come un evento emergenziale, che sconvolge l’ordine naturale della struttura sociale e non come un elemento oramai strutturale al nostro paese e correlato a tutti i settori della vita socio-economica italiana.

Il primo fattore che il Governo ha evidenziato per dichiarare lo stato d’emergenza, prorogato addirittura al 31 dicembre 2012, è stato quello numerico e sin dal principio è stata ipotizzata una vera e propria invasione di oltre 50 mila persone provenienti dalle sponde meridionali del mare nostrum, necessaria soprattutto per giustificare tutti i provvedimenti extra ordinari ed arbitrari messi in atto fino ad oggi.

Nei mesi successivi però sono stati i numeri stessi a smentire tali dichiarazioni. Difatti ad oggi i richiedenti asilo entrati quest’anno in Italia, a seguito delle rivoluzioni e guerre in Nord Africa ed assisti nei nuovi, e meno nuovi, centri di accoglienza, ammontano a poco più di 22.200 unità[92]. Tra l’altro, a fronte di quasi 4.000 tunisini rimpatriati nel loro paese[93] e di circa altri 12.000 tunisini[94] beneficiari del permesso provvisorio umanitario, recentemente prorogato di altri 6 mesi, sparsi per l’Italia e per l’Europa.

A smentire ulteriormente le previsioni fatte dal Governo, va inoltre ricordato che – secondo quanto riportato anche dal Acnur – coloro che sono sbarcati sulle coste siciliane rappresentano meno del 2% del totale delle persone fuggite dalla Libia, che ammontano ad oltre un milione e 300 mila e che si sono riversate soprattutto nei paesi confinanti, come l’Egitto e la Tunisia, i quali nonostante le rivolte interne hanno lasciato aperte le loro frontiere, in rispetto dei diritti umani e degli accordi internazionali.  

Nel corso del 2011, le forze politiche italiane in campo hanno dimostrato, ancora una volta, di non comprendere la reale portata e le complesse motivazioni che ci sono dietro i recenti arrivi di immigrati provenienti dal Nord Africa. Si è assistito invece ad una superficiale dichiarazione dello stato di emergenza umanitaria, senza però offrire in concreto risposte veramente umane e logiche. Si è preferito invece spettacolarizzare il fenomeno dei flussi, abbandonando nel porto di Lampedusa, all’addiaccio per giorni interni, centinaia di persone, tra cui numerosi minori, senza offrire loro l’adeguata accoglienza prevista dalla legge e per la quale l’Italia è attrezzata. Sono state create quasi dal nulla nuove tendopoli, non necessarie perché esistono già strutture destinate alla prima accoglienza ed in territori fragili ed economicamente depressi. La sistemazione in queste strutture fatiscenti ha prodotto solo numerose rivolte e fughe, da parte degli immigrati e reazioni xenofobe, da parte della popolazione locale. Migliaia di persone sono state rinchiuse in strutture dalla natura giuridica ambigua, senza ricevere informazioni su dove si trovassero e su quali fossero i loro diritti e doveri. Questa nuova organizzazione ha fatto sì che i luoghi venissero snaturati, vedendo cambiare il proprio ruolo da un giorno all’altro, passando ad essere da posti liberi ed aperti alla circolazione delle persone, a spazi chiusi, prigioni.

Tutto questo è potuto accadere, perché ancora una volta la classe dirigente non è riuscita e non ha voluto intervenire in modo mirato e funzionale. Sarebbe bastato infatti organizzare l’accoglienza diversamente, come tra l’altro è stato ipotizzato e proposto da numerosi amministratori locali in diverse zone del paese. Invece di snaturare i luoghi, arrivando a produrre una paradossale disuguaglianza – richiedenti asilo, in fuga da paesi in guerra, mangiano e dormono in lussuose strutture sparse per l’Italia, mentre i residenti, italiani e stranieri, vivono nel totale precariato, andando ad innescare processi di non comprensione reciproca e di tensione – si sarebbe dovuto investire sulla rete di strutture già esistenti, come ad esempio quella dello SPRAR, favorendo la pratica di un’accoglienza: diffusa, attraverso la distribuzione degli immigrati, divisi in piccoli gruppi, nei numerosi comuni italiani che oramai sono spopolati ed abbandonati, ed integrata, garantendo tutti quei percorsi necessari a costruire un reale inserimento socio-lavorativo dell’immigrato, attraverso il coinvolgimento dei servizi e degli attori sociali già presenti nel territorio.

Questa modalità di gestione dell’accoglienza, non solo persegue gli obiettivi ed i principi insiti nella legge stessa sull’asilo, ponendo quindi i bisogni del richiedente al centro di ogni attività, con il fine ultimo di renderlo indipendente nella sua vita sociale e lavorativa. Ma allo stesso tempo stimola processi di crescita e di ripopolamento in territori appunto abbandonati e che molto spesso ritornano a vivere proprio grazie alla presenza degli immigrati, che magari scelgono di fermarsi perché in quel posto trovano lavoro e dopo di ché fanno venire anche altri membri della famiglia. Quindi un’accoglienza così strutturata metterebbe in moto numerosi processi virtuosi all’interno dei territori, incentivandone la crescita economica, produttiva, sociale, culturale, demografica e dei servizi.  


[1]              Per avere informazioni rispetto agli immigrati morti nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa, è possibile consultare il seguente link: http://fortresseurope.blogspot.com/ 

[2]        http://www.asgi.it/public/parser_download/save/piano.migranti.2011.pdf

[3]              Nella pratica, il diritto di asilo in Italia, oggi è disciplinato dal Dlgs. 251/2007, adottato in attuazione della direttiva europea 2004/83/CE, e dal Dlgs. 25/2008, adottato in attuazione della direttiva europea 2005/85/CE e successivamente modificato dal Dlgs 159/2008 e dalla legge  94/2009.

[4]        Legge 39/1990

[5]              Ibidem

[6]              Il fenomeno che riguarda coloro che presentano domanda d’asilo in diversi stati membri, il cd asylum shopping

[7]              Il fenomeno che riguarda coloro che cercano asilo, ma che a causa delle politiche restrittive in tema di asilo, sono respinti da una paese all’altro, in un vagare che non fa altro che aumentare la disperazione di persone già provate da esperienze tragiche in patria.

[8]        Dlgs 286/1998

[9]        Legge 189/2002

[10]       http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/asilo/sottotema0021/Le_Commissioni_Territorialix_funzioni_e_composizione.html  

[11]            http://www.serviziocentrale.it/

[12]              Sono strutture dedicate alla prima accoglienza ed istituite con un decreto interministeriale del febbraio 2006, per l’accoglienza temporanea, di 48 ore, dei richiedenti asilo.

[13]            Questi centri, istituti con la legge 563/1995, sono dedicati alla prima accoglienza dei richiedenti asilo, in attesa della definizione della loro condizione giuridica sul territorio italiano.

[14]            Per la descrizione di questi centri rimandiamo al paragrafo successivo, essendo l’oggetto dell’indagine.

[15]            op. cit.

[16]       Legge 94/2009

[17]            A tal proposito va ricordato che tale disposizione, prevista nella suddetta legge 94/2009, che introduce il reato di clandestinità, è stata bocciata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, proprio ad aprile di quest’anno.

[18]       Legge 129/2011

[19]            op. cit.

[20]            L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Cfr: http://www.unhcr.it/

[21]            Decreto del Presidente della Repubblica 303/2004. In particolare all’articolo 7, Convenzione per la gestione del centro. 

[22]            Per accoglienza integrata si intende che i servizi dello SPRAR, oltre a fornire vitto e alloggio, provvedono anche alla realizzazione di attività di accompagnamento sociale, finalizzate alla conoscenza del territorio e all’effettivo accesso ai servizi locali, fra i quali l’assistenza socio-sanitaria. Includono inoltre attività per facilitare l’apprendimento dell’italiano e l’istruzione degli adulti, l’iscrizione a scuola dei minori in età dell’obbligo scolastico, nonché ulteriori interventi di informazione legale sulla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e sui diritti e doveri dei beneficiari in relazione al loro status.

[23]            Tutte queste informazioni sono disponibili nel Rapporto Annuale del Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del 2009/2010, che si può trovare al seguente link: http://www.serviziocentrale.it/file/server/file/Rapporto%20annuale%20dello%20SPRAR%20Anno%202009-2010.pdf

[24]            Cfr: Rapporto Annuale del Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del 2009/2010; Asylum procedure and reception conditions in Italy. The Law Student s’ Legal Aid Office, Juss-Buss, Norway and Swiss Refugee Council SFH/OSAR, Switzerland. Maggio 2011; Annual report to the European Parliament and the Council on the activities of the EURODAC Central Unit in 2010 (http://www.cir-onlus.org/eurodac.pdf);

[25]            Ibidem

[26]              A tal proposito si può confrontare il Compendio statistico del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Anno 2010. Consultabile al seguente link: http://www.serviziocentrale.it/file/server/file/Compendio%20Stetistiche%20SPRA%202010.pdf

[27]            A tal proposito si può confrontare il sito del Ministero dell’Interno al seguente link: http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/immigrazione/sottotema006.html

[28]            OPCM n.3924 del 21 febbraio 2011

[29]       Questa ordinanza ha subito una successiva modifica data dalla all’articolo 17 della successiva ordinanza n. 3925 del 23 febbraio http://www.asgi.it/home_asgi.php?n=documenti&id=1960&l=it

[30]       Cfr:http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/sicilia/2011/01/19/visualizza_new.html_1618970446.html ; http://fortresseurope.blogspot.com/2011/01/nuovi-arrivi-nuovi-sprechi.html

[31]            Un comunicato dell’Acnur rivela che si tratterebbe di circa 5.000 persone, in prevalenza tunisini. Di cui, circa 2.000 si trovano dentro il CPA di Lampedusa, mentre gli altri 3.000, si trovano all’aperto al porto dell’isola. Cfr: http://www.unhcr.it/news/dir/26/view/948/forte-preoccupazione-per-l-aggravarsi-della-situazione-umanitaria-a-lampedusa-94800.html

[32]            http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/20/0288_comunicato_finale_italiano_ore_12x00.pdf

[33]            http://www.frontex.europa.eu/

[34]            http://www.meltingpot.org/articolo16338.html

[35]            http://www.governo.it/backoffice/allegati/62853-6658.pdf

[36]            http://www.governo.it/backoffice/allegati/62997-6685.pdf

[37]            op. cit.

[38]            Per i motivi legati al terremoto del 6 aprile 2009

[39]            Non includendo la popolazione della Regione Abruzzo per i motivi indicati prima.

[40]       http://www.asgi.it/public/parser_download/save/piano.migranti.2011.pdf

[41]       http://www.protezionecivile.gov.it/

[42]       DPCM del 5 aprile 2011

[43]       http://www.esteri.it/MAE/IT/Sala_Stampa/ArchivioNotizie/Approfondimenti/2011/04/20110407_EmergenzaImmigrazione.htm

[44]             http://affaritaliani.libero.it/cronache/sindaco_manduria_berlusconi_puglia310311.html?refresh_ce

[45]            http://www.ilfaroonline.it/2011/04/11/civitavecchia/ldquosono-770-gli-immigrati-ospitati-nel-centrordquo-16360.html

[46]            http://www.romatoday.it/cronaca/immigrati-civitavecchia-fuggiti-ritrovati-6-aprile-2011.html

[47]       http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_aprile_5/tunisini-profughi-civitavecchia-fulloni-190378416218.shtml Inoltre, per avere ulteriori informazioni rispetto alla nascita ed al funzionamento di questa campagna, è possibile consultare il seguente link: http://www.meltingpot.org/articolo15571.html 

[48]            http://www.ilpopolodellacitta.com/2011/04/ora-usiamo-la-de-carolis-per-la-nostra.html

[49]            http://www.libero-news.it/news/723252/Immigrati-cittadini-Civitavecchia–De-Carolis–sia-usata-per-emergenza-abitativa.html

[50]            http://www.newtuscia.it/interna.asp?idPag=32068

[51]            Per ulteriori approfondimenti in merito alla vicenda del CIE di Palazzo San Gervasio, si può consultare l’inchiesta di Raffaella Cosentino, al seguente: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/06/10/news/guantanamo_italia-17492661/ 

[52]            Senza dubbio una delle fonti più dettagliate ed aggiornate in merito, è il già citato blog consultabile al seguente link: http://fortresseurope.blogspot.com/

[53]              http://www.repubblica.it/cronaca/2011/04/06/news/lampedusa_naufraga_barcone_strage_immigrati-14584220/?ref=HREA-1

[54]            http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/17-maggio-2011/trovato-ordigno-rudimentale-alloggi-libici–190668278616.shtml

[55]            http://quibrescia.it/cms/?p=42328

[56]       http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/10/03/news/profughi_appello_di_majorino_a_maroni_non_lasciateci_soli_nellemergenza-22582909/

[57]            http://www.meltingpot.org/articolo16746.html

[58]            http://www.ilvelino.it/archivio/documenti/allegato_documento_621.pdf

[59]            Articolo 80 della Costituzione italiana. 

[60]       http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/DPCM_proroga_permessi_di_soggiorno.pdf

[61]            DPCM, Emergenza Nord Africa, del 6 ottobre 2011.

[62]            Tratto dall’intervista rivolta alla direttrice dello SPRAR, Daniela di Capua, il 14 aprile, per il Redattore Sociale. Cfr: http://www.meltingpot.org/articolo16709.html

[63]            http://fortresseurope.blogspot.com/2011/06/lettera-maroni.html

[64]            Circolare prot. n. 1305 del 01.04.2011

[65]            http://fortresseurope.blogspot.com/2011/05/lasciateci-entrare-lappello-dei.html

[66]            A questo link è possibile consultare il programma completo della giornata del 25 luglio: http://fortresseurope.blogspot.com/2011/07/lasciatecientrare-il-programma-del-25.html

[67]            http://www.unionedirittiumani.it/. Il ricorso è inoltre sostenuto dall’Open Society Justice Initiative. Cfr: http://www.soros.org/initiatives/justice

[68]            Op. cit.

[69]            Cfr: http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/view_dossier.wp?contentId=DOS24974

[70]            Tutte queste informazioni sono state raccolte durante l’indagine sul campo, che ha consistito anche nel trascorrere alcuni giorni dentro questi alberghi/CARA, come clienti paganti. 

[71]              http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/Pocket_money.pdf

[72]            Dall’intervista con il geometra Vincenzo Cincini responsabile della Protezione Civile campana per l’emergenza umanitaria.

[73]            Centro di Identificazione ed Espulsione Temporaneo.

[74]       Cfr: OPCM n. 3935 del 21 aprile 2011

[75]            op. cit.

[76]            Questa struttura è stata realizzata a fine anni ’90 con variante allo strumento urbanistico, autorizzata dalla Regione Siciliana, che prevedeva un vincolo di destinazione esclusiva per “insediamento residenziale a ambito chiuso per le famiglie del personale militare USA della base aeronavale di Sigonella”. Inoltre il provvedimento esclude esplicitamente il cambio di destinazione d’uso ed il piano regolatore adottato dal Comune nel 2002, ha mantenuto tale vincolo per l’area.

[77]            http://www.cadoinpiedi.it/2011/08/16/mineo_un_inferno_a_cinque_stelle.html; http://www.terranews.it/news/2011/07/nell%E2%80%99inferno-di-mineo-un-centro-da-incubo;http://informarexresistere.fr/2011/07/26/nell%E2%80%99inferno-di-mineo-un-centro-da-incubo/#axzz1cxmghix5   

[78]              http://www.consorziosisifo.it/SISIFO/

[79]            http://www.asgi.it/home_asgi.php

[80]            A tal proposito confronta il sito della Caritas: http://www.caritasitaliana.it/home_page/00000004_Home_Page.html

[81]       Per avere tutte le informazioni relative al Cie Serraino Vulpitta di Trapani, si può consultare il seguente link: http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/reportage-da-trapani-il-cie-vulpitta-e.html

[82]              http://informarexresistere.fr/2011/07/02/ex-aeroporto-kinisia-trapani-pestaggi-affari-e-censura-nellinferno-dellla-tendopoli-del-cie/#axzz1cxmghix5

[83]       op. cit.

[84]              http://www.connecting-people.it/

[85]            Questo progetto, denominato appunto Praesidium, attualmente è alla sua quinta edizione, Praesidium III, ed ha esteso il suo raggio d’azione anche ad altri territori siciliani, alla Calabria, Puglia e Sardegna. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito del Ministero dell’Interno.

[86]            http://fortresseurope.blogspot.com/2011/08/rivolta-e-fuga-al-centro-daccoglienza.html

[87]            http://www.mantovano.org/libero_26_3_11.pdf

[88]            Per avere informazioni puntuali e quotidiani rispetto alle rivolte all’interno dei CIE, si può consultare il seguente link: http://fortresseurope.blogspot.com/

[89]            A tal proposito si può consultare il testo della circolare del Ministero dell’Interno francese al seguente link: www.ilgiornale.it/web/pdf/circolare_immigrazione_francia.pdf

[90]            Per conoscere nel dettaglio cosa accade ogni giorno all’interno dei CIE e dei numerosi centri di detenzione per immigrati, presenti nel nostro paese, si possono consultare diversi siti e blog, che costantemente monitorano le condizioni degli immigrati in queste strutture. Ad esempio: http://fortresseurope.blogspot.com/;http://www.autistici.org/macerie/;http://nocie.noblogs.org/.

[91]             https://docs.google.com/viewer?a=v&pid=explorer&chrome=true&srcid=0B404cri-iWBmNDdjZTYxYjktYzdkNC00M2ZmLWE0NTgtZWNkNjBmNGFhYzVi&hl=en_US

[92]            op. cit.

[93]            Dati Ministero dell’Interno

[94]            op. cit.